domenica 30 gennaio 2011

A Marzo una manifestazione contro l'inceneritore a Manfredonia

«L'inceneritore non è la soluzione: è il problema».

Lo scorso 27 gennaio si sono riuniti nella chiesa della Sacra Famiglia a Manfredonia una serie di associazioni (Comitato spontaneo contro gli inceneritori in Capitanata, circolo "Nautilus" Legambiente di Manfredonia, Coscienza Evoluta) per fare il punto sull'inceneritore di rifiuti della Marcegaglia a servizio dell'intera a provincia, in costruzione alla località Paglia/Fonterosa.

Durante l'incontro sono emerse tutte le preoccupazioni riguardo ai risvolti negativi che la realizzazione di un tale impianto avrà per l'organizzazione di una filiera del riciclaggio nella provincia di Foggia, che in molti comuni (tra questi, Manfredonia) è ferma quasi a zero, dato che molti amministratori dei comuni e delle aziende che gestiscono la raccolta hanno scommesso sull'inceneritore
per "chiudere" il ciclo rifiuti (sbagliandosi, però, in quanto l'incenerimento produce una grande quantità di scorie che nessuno sa bene dove mettere e di fumi nocivi che vengono respirati e ricadono sulla terra). Si è discusso, inoltre, del ricorso al Presidente della Repubblica annunciato dal Comune di Cerignola e della richiesta inviata due settimane fa dal coordinamento contro l'inceneritore al sindaco Angelo Riccardi al fine di rivedere l'autorizzazione sanitaria rilasciata dal suo predecessore Paolo Campo nel 2009.

Per questi motivi è nata l'esigenza di sensibilizzare i cittadini di Manfredonia e della provincia di Foggia rispetto alla nocività degli impianti di "termovalorizzazione" e alle alternative valide – come, appunto, il metodo della raccolta differenziata spinta "porta a porta", che rappresenta l'unico modo di valorizzare i rifiuti. Bisogna avviare un percorso di "informazione pulita" esteso a tutti i cittadini, alle scuole e alle associazioni della società civile, che dovrà portare nel mese di marzo ad una manifestazione regionale contro gli inceneritori e a pro raccolta differenziata proprio a Manfredonia. A differenza di dieci anni fa (quando si cominciò a parlare di questo progetto), oggi sarebbe non solo anacronostico, ma anche inutile perseverare nell'errore, mentre l'Europa sta chiudendo sia gli inceneritori che le discariche. Brescia, dove esiste l'inceneritore tanto decantato da Vespa e Veronesi nelle trasmissione televisive, è la città con le percentuali di riciclaggio più basse al nord, dove la raccolta differenziata si svolge ancora col modello stradale (i cassonnetti), che è quello di gran lunga più costoso per raccogliere i rifiuti, e coi più alti valori di diossina in Europa insieme a Taranto.

I cittadini e i comitati hanno, inoltre, espresso la volontà di sfilare per le strade della città sipontina durante il carnevale con un carro allegorico a forma di ciminiera, per rivendicare il diritto ad un futuro sostenibile per la città del Golfo e per tutta la Capitanata.

giovedì 27 gennaio 2011

MANFREDONIA/BRINDISI, LA STRADA PERCORSA E SEGNATA DAI RIFIUTI DELL'ENI

Le scorie dell’ex Enichem sono andate a finire anche a Brindisi. Per essere più precisi: parte delle scorie derivanti dall’attività del petrolchimico sipontino e dall’esplosione della torre colma di arsenico nel 1976 e stipate selvaggiamente sotto terra nell’isola 16 sono state raccolte, trasportate e smaltite nella piattaforma di termodistruzione di rifiuti industriali Tmt presente nella zona industriale di Brindisi, fino ad un anno fa di Termomeccanica spa, oggi della francese Veolia. Il tutto la Tmt lo ha fatto con la sua Ipoter srl. Si tratta della piattaforma che oggi, dal cinque marzo scorso, è in parte sotto sequestro dalla Procura brindisina la quale ha posto i sigilli su: cabina di monitoraggio delle emissioni dell’inceneritore; 8 serbatoi verticali da 25 metri cubi ciascuno contenenti rifiuti liquidi; e circa 1000 fusti di cui non si conosce né provenienza né contenuto. La strada che porta alla sede della piattaforma di smaltimento costeggia una selva di ciminiere e silos, elementi di cui la zona industriale di Brindisi è ricchissima. Il termodistruttore è diviso dalla discarica da una ventina di metri, collegate da una vecchia strada percorsa fino a qualche mese fa dai camion colmi dei resti del forno. La piattaforma polifunzionale oggi sotto sequestro è di proprietà del Sisri, il consorzio che gestisce l’area di sviluppo industriale della città. L’impianto viene pensato nel 1986: l’appalto per la progettazione, la costruzione e la gestione lo vinse Termomeccanica spa, società che in Italia ha sedi a La Spezia, Milano, Napoli, Roma, Taranto. Il cantiere fu finanziato dall’allora Cassa del Mezzogiorno con 100 miliardi delle vecchie lire, e prevedeva: termodistruttore, discarica e impianto di depurazione delle acque utilizzate nel processo di smaltimento. Di queste tre opere, anche se finanziata la terza non è mai stata realizzata. In cambio della gestione, Termomeccanica e fino a poco tempo fa Veolia, riconoscevano al Sisri un ristoro, calcolato molto probabilmente sul guadagno ottenuto dalla società tramite per ogni tonnellata di rifiuti in ingresso da smaltire. Il termodistruttore per rifiuti pericolosi tossico-nocivi e ospedalieri pericolosi entrò in funzione tra il 2004 ed il 2005. La discarica è chiusa da ben prima che i Noe di Lecce vi facessero visita: la ragione sta nel fatto che si è esaurita circa cinque anni e fino ad oggi la provincia di Brindisi non ha concesso l’ampliamento proposto della società e ben visto anche dallo stesso Sisri. Un progetto di ampliamento che nei fatti andrebbe a configurare una nuova discarica con una capienza superiore a quella dell’originaria. Il sito esistente ed esaurito è stato progettato per una capienza complessiva di 160 mila metri cubi e classificato “2C”, ossia capace di ospitare i resti di rifiuti tossici come quelli provenienti da Manfredonia. Un grande sito, all’epoca della sua apertura unico per caratteristiche in tutto il Mezzogiorno. Il conferimento è partito nel 1998 e si è concluso per esaurimento di spazio tra il 2003 ed il 2004. Cinque anni invece dei 10 preventivati nel progetto originario. Ecco il primo punto non chiaro: se la discarica è satura da cinque anni e se è vero – stando a quanto dichiara Roccia capocantiere della Ipoter a l’Attacco il 26 marzo del 2009 – che la società spezzina ha lavorato alla bonifica dell’isola 16 nel sito sipontino anche durante il sequestro giudiziario di questa isola (datato 2007), allora non si comprende dove siano state e se siano state smaltite le scorie una volta portate a Brindisi. In attesa di una risposta a questa domanda, ce ne poniamo subito un’altra: come è stato possibile che una discarica per rifiuti tossici calibrata per durare dieci anni sia vissuta soltanto la metà? Fonti locali bene informate affermano che quel sito, insieme all’impianto di termodistruzione sarebbe dovuto servire soprattutto per lo smaltimento dei rifiuti prodotti dalle molte attività industriali presenti nella zona industriale di Brindisi. Ciò non sarebbe avvenuto e se ne sarebbe fatta una “gestione impropria”, per usare le parole di un professionista brindisino molto preparato sull’argomento: “rifiuti industriali e sanitari sarebbero confluiti da tutta Italia, nel sito della Tmt, oggi Veolia”. Ma la breve durata della discarica dipenderebbe anche da un altro fattore: il modo in cui è stato utilizzato il forno del termodistruttore. Progettato per incenerire 35 mila tonnellate di rifiuti l’anno questo enorme forno produceva anche energia: quattro megawatt l’anno di cui una parte destinati all’alimentazione. Anche questo, come la discarica è fermo da più di quattro mesi: l’assessore regionale all’Ambiente Michele Losappio ha sospeso l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) – che sarebbe scaduta il 31 dicembre 2009 – in attesa che ne venisse aggiornata la sua vecchia tecnologia. Oggi il Sisri sta lottando perché il termodistruttore venga riaperto, Ernesto Favuzzi presidente di Legambiente provinciale non è d’accordo. “Siamo contrari alla riapertura del forno, se non con gli aggiornamenti richiesti dalla regione. È vero, la sua chiusura lo scorso febbraio ha lasciato senza lavoro 28 persone, 28 padri di famiglia, ma noi riteniamo che quell’impianto oggi sia probabilmente il più pericoloso di tutta Brindisi”. A ricordare la tragedia di questi lavoratori davanti ai cancelli del termodistruttore ci sono le bandiere delle sigle sindacali, il cui tessuto è provato dal tempo e dal vento. La tecnologia con la quale è stato costruito è ormai archeologia: i rifiuti vengono posti all’interno di una camera di combustione a letto fisso, ossia il materiale da bruciare (ricordiamo: dalle siringhe usate alle scorie di arsenico) viene scaricato su un piano fisso, sotto il quale divampano fiamme con temperatura altissima. Al contrario, i nuovi metodi prevedono camere a combustione dotate di tamburo rotante o letto fluido, per permettere una vera e propria centrifuga dei rifiuti e un loro migliore incenerimento. L’obiettivo della termodistruzione è quello di rendere inerti (ossia innocui, per quanto possibile) i rifiuti, per poi smaltire in discarica apposita le ceneri e tutto ciò che non può essere bruciato. Elementi in più ci vengono dati da un professionista brindisino che preferisce restare nell’anonimato. “La legge distingue i rifiuti che entrano in questo tipo di in organico e inerti, e stabilisce che le ceneri della percentuale organica non possano superare il 3% del totale. Ad oggi, non risulta ci siano stati controlli da parte dell’ente proprietario dell’impianto, ossia il Sisri. È plausibile ritenere che in discarica nel corso degli anni sia andata una percentuale ben più alta del 3%, e andando per logica, ciò sarebbe avvenuto perché i rifiuti potrebbero non essere stati bruciati a dovere e siano stati tolti dalla camera di combustione prima del tempo”. Per riassumere, quindi: nella discarica del termodistruttore brindisino – nella quale sono arrivati per un tempo e una quantità/qualità non definiti anche rifiuti da Manfredonia – potrebbe essere andato a finire materiale in percentuali superiori a quella prevista dalla legge. Fatto che, insieme all’arrivo di veleni da mezza Italia, ha fatto sì che la discarica sia durata cinque anni anziché dieci. Il ragionamento del tecnico sembra ricevere sostegno anche nelle osservazioni presentate dopo la pubblicazione della richiesta da parte del Sisri dell’Autorizzazione Integrata Ambientale dell’impianto di incenerimento fermo da qualche tempo. L’autore è un geologo brindisino, Francesco Magno, il quale scrive a pagina 3: “… dalla lettura della relazione e delle schede di Aia non si evincono riferimenti analitici che dimostrino che nelle scorie e ceneri prodotte dal forno il contenuto di carbonio totale non superi il tenore del 3%”. Il geologo ricorda le caratteristiche dell’impianto, relative alla produzione di materiale da mettere in discarica: “produzione di scorie e ceneri pesanti: 6931 tonnellate all’anno; produzione di ceneri leggere: 945,14 tonnellate all’anno; totale produzione scorie, ceneri pesanti e leggere: 7.876,14 t/a”. Se quest’ultima cifra l’accostiamo alle 16.600 tonnellate/anno di rifiuti portati in combustione nell’anno 2006 (anno preso in considerazione dall’autore delle osservazioni) allora la conclusione è la seguente: “le scorie prodotte e smaltite nell’anno 2006 è pari a circa il 47% di quanto portato in combustione… il decreto legislativo vigente, n. 133/2005 riporta che la produzione di scorie e ceneri debba essere minimizzata al massimo e dell’ordine del 30% dei rifiuti portati in combustione. Se la lettura dei dati riportati nella relazione è quella richiamata, appare ben evidente che su un totale di circa 16.600 t/a… la produzione di scorie e ceneri che per legge non deve essere superiore al 30% costituiscono invece oltre il 47%, smaltite nella discarica gestita dalla stessa azienda”. La nostra fonte che condivide il contenuto di questo documento consegnato all’assessorato regionale per l’Ambiente e a quello della provincia di Brindisi, commenta: “perché tutto ciò? Non saprei, quello che è certo è che la Termomeccanica per mantenere l’impianto attivo deve spendere un bel po’ di soldi in produzione di energia, mentre l’abbancamento in discarica è gratuito, essendone gestore per conti del Sisri. È ovvio che i rifiuti meno restano nel forno, meno lavora l’impianto e meno energia si deve produrre”. A monte, al contrario, c’è un grosso introito (per la Tmt così come per ogni società proprietaria o gestore di una discarica o di un termodistruttore): il conferimento di rifiuti viene pagato dai clienti esterni a tonnellata, e quando si parla di rifiuti industriali si parla di cifre che toccano i 300 euro. E se è vero che la piattaforma brindisina abbia accolto materiale proveniente da molte zone d’Italia, si comprende bene quale fonte di guadagno sia stata, fino al suo blocco. “Credo che si possa dire che in cinque anni di funzionamento della discarica – continua la fonte – la Tmt abbia incamerato circa 20 miliardi di vecchie lire”. Un guadagno al quale ha contribuito anche il notevole risparmio nello smaltimento di scorie, effettuato da Termomeccanica con lavori di bonifica come quelli effettuati a Manfredonia tramite la sua Ipoter srl. In questo caso, al risparmio per lo smaltimento bisogna aggiungere il lauto compenso dato dall’Eni per i lavori fatti. È necessario quindi a questo punto fare un salto da Brindisi al centro sipontino. Ipoter srl con la Syndial (gruppo Eni) aveva un appalto per: recupero dei rifiuti, carico sui camion, trasporto e smaltimento dei rifiuti presenti nell'isola 16. Di norma si tende ad evitare questa concentrazione di incarichi tendendo a distinguere tra bonificatore e smaltitore, anche per rendere più trasparente il processo di bonifiche di siti industriali. Inoltre, quello di Ipoter srl era un appalto “specifico”, ossia comprendeva l’intera bonifica dell’isola 16. Lavoro non è mai stato concluso. Non è chiaro quando, ma ad un certo punto – presumibilmente quando i finanziamenti per l’appalto finirono –, la Ipoter richiese l’aumento del prezzo al quintale dell’opera di bonifica. Un prezzo che era già molto alto, stando a quanto affermato da ex dipendenti (dirigenti e non) Syndial a Manfredonia. Fino a quel momento Eni avrebbe pagato per la bonifica dell’isola 16, 320 euro ogni quintale di rifiuti smaltiti, quando invece il costo di mercato è pari alla metà. All’epoca della stipula dell’appalto tra Syndial e Ipoter il direttore delle attività industriali di quest’ultima era il foggiano Antonio Raimondi, che a Brindisi è sempre stato di casa. La rescissione del contratto sarebbe avvenuta soltanto dopo il passaggio del testimone da Raimondi ad Angelo Taraborrelli (ex direttore Agip, nuovo amministratore delegato di Syndial dal 2006) il quale non rinnovò l’appalto su indicazione anche del suo direttore delle attività ambientali Paparoni, avviando così un contenzioso tutt’oggi in corso con la Ipoter. L’appalto passò alla società del gruppo Eni (nata proprio per la gestione degli appalti di bonifica dei vari siti lasciati contaminati dal colosso in giro per l’Italia) che oggi prende il nome di Snam Progetti spa. I lavori all’isola 16 oggi sarebbero finiti e li avrebbero portati a conclusione in particolar modo La Fenice, società proprietaria di un inceneritore industriale a San Nicola di Melfi. L’origine del finanziamento per la “pulizia” dell’isola 16 non è certa, ma se è vero che la società ha iniziato la bonifica nel 2003 allora, l’avvio del suo cantiere coincide con l’ultimo anno dei tre durante i quali lo Stato Italiano finanziò l’Eni per il suo lavoro di bonifica a Manfredonia. Secondo le cifre ufficiali che il governo Berlusconi trasmise alla Corte di Giustizia europea nel 2004, arrivarono 37,8 miliardi di lire a titolo di “concorso pubblico”.

2 LE INDAGINI DELLA PROCURA DI BRINDISI GUARDANO A MANFREDONIA sotto la lente d'ingrandimento, il lavoro della Ipoter nel sito sipontino

È estrema l’attenzione per la pista Manfredonia/Brindisi proposta da l’Attacco, da parte del pubblico ministero brindisino Le Nozze coadiuvato dal capitano dei Noe di Lecce, Nicola Candido. Le loro indagini oggi sono particolarmente concentrate sulla identificazione dei 1000 fusti conservati a quanto pare senza particolari protezioni. Fonti vicine alla procura di Brindisi danno per certe perquisizioni nelle varie sedi di Veolia e della sua Termomeccanica, società acquistata un anno fa e costruttore/gestore dell’impianto per conto del consorzio Asi locale. Probabile sarebbe anche l’audizione come persona informata dei fatti di un dipendente di Termomeccanica, il quale potrebbe dare una mano per la definizione della provenienza di questi bidoni. I quali presumibilmente provengono da molte zone della Penisola, visto che di inceneritori e discariche capaci di smaltire questo tipo di scorie ce ne sono pochi. Fino al 2003, quella brindisina era l’unica presente nel Meridione. A questo proposito, bisogna riportare quanto scrive un giornale locale, il Quotidiano di Brindisi, il quale afferma che la Veolia, una volta giunta al sito e accortasi dei questi fusti ne avrebbe denunciato la presenza. Questo andrebbe a confutare una prima versione che voleva la scoperta di essi da parte dei Noe quasi per caso, durante una perquisizione che aveva ad oggetto soltanto l’impianto di monitoraggio delle emissioni in atmosfera del termodistruttore. Fonti attendibili danno per certa la convinzione da parte di giudice e carabinieri sull’arrivo di rifiuti a Brindisi direttamente da Manfredonia. La Ipoter srl, società controllata da Termomeccanica avrebbe lavorato a Manfredonia in periodo di tempo che andrebbe dal 2003 al 2007, anno del sequestro dell’isola 16 per presunte irregolarità nella classificazione dei rifiuti recuperati (stando a quanto dichiarato a l’Attacco dall’allora capocantiere Roccia, oggi in pensione: “Lavorammo anche durante il sequestro della magistratura”). Questo, è uno dei punti ancora non chiari, sui quali il pm sta ancora lavorando: c’è da chiarire se le indagini avviate l’8 agosto del 2007, siano ancora in corso o se il fascicolo penale sia stato chiuso. Il dubbio viene dato che i sigilli della procura foggiana sono ancora ben fissi all’ingresso dell’isola 16. Sempre in relazione al sequestro del sito sipontino, l’attenzione del pubblico ministero poterebbe essere anche sul ruolo che ha svolto Onofrio Laricchiuta. Chimico di Conversano (Bari), docente ordinario di Chimica all’università del capoluogo di regione e nominato dalla procura foggiana Ctu. Egli sarebbe ancora in possesso del computer per la certificazione dei rifiuti del sito Enichem, che gestiva nella supervisione dei lavori di bonifica. Inoltre, durante la sua attività di consulente della magistratura (ruolo che svolge spesso in tutta Italia), con il suo laboratorio di analisi, che gestisce insieme al suo socio Fragassi Chimie srl, avrebbe svolto analisi proprio per la Syndial, trovandosi così a rivestire il doppio ruolo di controllore e controllato. Noe e procura voglio vederci chiaro anche sul periodo durante il quale Termomeccanica tramite la sua Ipoter ha lavorato nel sito Eni di Manfredonia. Particolare attenzione ci sarebbe anche sulle dichiarazioni di un ex dirigente del colosso rilasciate su queste colonne. Probabilmente per capire se le date della sua attività si incastri con l’età dei fusti e dell’altro materiale stoccati a Brindisi. In questo senso potrebbe essere ascoltato a breve qualche ex dipendente della Ipoter a Manfredonia. Una cosa è certa, la strada che porta a Manfredonia “è uno spunto investigativo molto interessante, che gli inquirenti stanno sviluppando con attenzione”, dice una fonte interna al Palazzo di Giustizia brindisino.

3 Il memo di un'inchiesta iniziata tre mesi fa

Sembra lontana la vicenda della bonifica dell’area Eni di Manfredonia e Monte Sant’Angelo con quella della piattaforma per lo smaltimento dei rifiuti industriali di Brindisi, oggi al centro di un’inchiesta della magistratura. Eppure non è così. Tra i rifiuti pericolosi stoccati accanto al termodistruttore brindisino ci potrebbero essere o potrebbero esserci stati anche quelli provenienti dal sito sipontino, dato che la società che ha gestito l’impianto brindisino, Termomeccanica spa, ha lavorato anche alla bonifica dell’isola 16. L’attenzione de l’Attacco per la storia infinita della bonifica sipontina inizia nel marzo scorso, partendo dalla vicenda personale di un dipendente Eni Francesco Prencipe, oggi in causa davanti al Giudice del lavoro con Syndial spa (società fondata da Eni per la gestione delle bonifiche in Italia), per opporsi al suo trasferimento nel sito brindisino, dove il suo ruolo non era presente nell’organigramma. Ben prima della lettera di trasferimento, questo dipendente sarebbe stato oggetto di vari tentativi di mobbing, il tutto sarebbe da ricondurre al suo ruolo in azienda: controllore delle società alle quali Syndial appalta i lavori di bonifica. I problemi per lui sarebbero iniziati all’indomani dalla sua consegna di una relazione nella quale evidenziava alcune irregolarità nelle autorizzazioni di appaltatori. Sta di fatto che il titolare di una azienda (Zenit Industrie) , storico appaltatore di Eni a Manfredonia, lo scorso anno richiese all’organo interno di controllo di essere ascoltato perché vittima di un presunto tentativo di concussione perpetrato dal responsabile del sito Gianluca D’Aquila, il quale sotto la minaccia di togliergli l’appalto gli avrebbe chiesto di incontrare Prencipe con un registratore nascosto nel taschino della giacca, per estorcergli dichiarazioni compromettenti. Il progetto non andò in porto, l’imprenditore perse il suo appalto ventennale e denunciò il tutto all’organo di controllo interno all’Eni. L’unico effetto sembra essere stato il trasferimento di D’Aquila in Sardegna, ma l’imprenditore non è mai stato ascoltato. Da qui, l’Attacco ha cercato di comprendere e raccontare il sistema degli appalti che l’Eni ha adottato dall’inizio ufficiale dei lavori di bonifica nel 2001 (in ritardo clamoroso rispetto all’esplosione del 1976 della cisterna di arsenico i cui effetti su ambiente, salute – e politica – non si sono ancora esauriti). La vicenda di Prencipe, dopo gli articoli de l’Attacco è stata oggetto di un’interrogazione in consiglio regionale da parte del consigliere Roberto Ruocco all’assessore all’Ambiente e poi in Senato da parte dell’onorevole Michele Saccomanno al ministro Prestigiacomo. Oggi torniamo a parlare di appalti, o meglio, di un appalto in particolare: quello di Ipoter (leggi Termomeccanica) per la bonifica dell’isola 16 e del suo sito brindisino dove per un certo periodo di tempo ha portato le scorie.


Veolia, i lavoratori si incatenano per protesta davanti alla Provincia: “Subito una soluzione”, 7 ottobre 2010 (brindisireport.it)

RINDISI – La protesta è avvenuta questa mattina. Stufi delle solite promesse mai mantenute, e con la scadenza della cassa integrazione ormai alle porte, quattro lavoratori Veolia si sono incatenati davanti all’ingresso posteriore del Palazzo della Provincia, per manifestare contro il blocco del termovalorizzatore, ancora sotto sequestro dopo 18 mesi.

Si sono incatenati e davanti a cronisti, politici e passanti hanno illustrato con civiltà le loro ragioni. “Siamo qui perchè la cassa integrazione scade il 16 ottobre, e nulla è cambiato”. L’impianto è ancora fermo, è stata eseguita una perizia sui fusti per capire se nell’impianto di controllo dell’inceneritore tutto è a norma di regola, ma i lavoratori non ricevono le indennità già dal mese di giugno.

“Ci avevano detto che tutto si sarebbe ripristinato nel più breve tempo possibile”, protestavano questa mattina i quattro lavoratori all’esterno, in rappresentanza di tutti e 26. Nella tarda mattinata, sono stati ricevuti dal presidente della Provincia Massimo Ferrarese che li ha rassicurati sull’impegno dell’ente in funzione di un’imminente risoluzione del problema. Un nuovo aggiornamento avverrà la settimana prossima.

“L’azienda ha chiesto ancora un po’ di tempo – ha detto nei giorni scorsi il segretario della Uil Antonio Licchello -, in quanto su una parte dell’area dove insistono gli impianti vige ancora un sequestro della magistratura.” Al momento i lavoratori restano in quota a Veolia. “Tanto è vero – ha aggiunto Licchello – che allo scadere della cassa integrazione è stato necessario far richiedere la proroga alla Regione proprio dalla Veolia”.

La protesta dei lavoratori

La piattaforma polifunzionale del Consorzio Asi, impianto che smaltisce rifiuti industriali anche tossici e pericolosi, dal marzo scorso ha un soggetto gestore, la Cisa, che si è aggiudicata l’appalto indetto dal Consorzio anche se non senza qualche difficoltà. All’apertura delle buste il plico era appena uno, benchè le imprese ad aver mostrato interesse nei mesi precedenti fossero più o meno sette. L’unica offerta arrivata, quella della Cisa. Cioè proprio dall’impresa massafrese che aveva fissato sul terreno i paletti della gara d’appalto poco prima della stessa: una lista di eccezioni poi accettate dall’Asi, tra queste la possibilità di offerte al ribasso sul canone individuato. Proprio su quest’ultimo punto la Cisa ha messo a segno il suo colpo: l’offerta per il canone a 25mila euro, a fronte dei 300mila ipotizzati. L’azienda massafrese avrebbe dovuto poi sottoscrivere il contratto vero e proprio alla fine dello stesso mese ed entro aprile riassorbire i 27 lavoratori in quota alla Veolia, la società che nel 2008, dopo essere a sua volta subentrata a Termomeccanica, aveva deciso di sgomberare il campo.


Ex Veolia, la Cisa assume se il pm dà il via libera
Sabato 20 Novembre (senzacolonne.it)

BRINDISI - Le condizioni perché ai lavoratori ex Veolia venga evitato il dramma del licenziamento ci sono tutte.
Tutte tranne una.
Il termovalorizzatore sito sulla Strada per Pandi non è ancora stato affrancato dai sigilli e, di conseguenza, passato materialmente all’azienda vincitrice del bando di gara per l’affidamento.
Il dialogo tra il vecchio e il nuovo gestore del termovalorizzatore ha vissuto ieri un momento decisivo.
La Veolia e la Cisa sono tornati ad incontrarsi presso il Mercato del lavoro alla presenza dell’assessore alle Politiche Lavorative Vincenzo Ecclesie e alle organizzazioni sindacali.
Le due aziende hanno fatto il punto della situazione sulla delicata situazione occupazionale che da un anno e mezzo tiene sulle spine ventisei lavoratori costretti a restare con le mani in mano dal momento in cui (marzo 2009) l’impianto è stato “chiuso“ dalal magistratura (attraverso i carabinieri del Noe di Lecce) per verificare una serie di questioni legate a un presunto smaltimento illegalre di rifiuti speciali.
Oggi, 20 novembre, scade la cassa integrazione in deroga a cui sono confinati i lavoratori.

mercoledì 26 gennaio 2011

Il patto dei sindaci per l'energia sostenibile della provincia di Foggia.

Con questi obbiettivi, dovrebbero negare tutte le autorizzazione rilasciate ed in fase di rilascio alle centrali termoelettriche o turbogas ...


Provincia di Foggia: terzo tavolo di coordinamento del Patto dei Sindaci (14/10/2010), di Giuseppe Miccoli.

Eco dalle Città - Puglia
Venerdì 15 ottobre, in Provincia di Foggia, si tenuto il terzo tavolo di coordinamento per lo svolgimento delle attività relative all'iniziativa europea del “Patto dei Sindaci”, al fine di poter definire entro la primavera del 2011, il “Piano d'Azione per l'Energia Sostenibile (PAES)”. All’interno della campagna “Energia Sostenibile per l’Europa – SEE”, il 29 Gennaio 2008, nell’ambito della seconda edizione della Settimana europea dell’Energia Sostenibile (EUSEW 2008), la Commissione Europea ha lanciato il “Patto dei Sindaci” (Covenant of Mayors), un’iniziativa per coinvolgere attivamente, nel percorso verso la sostenibilità energetica ed ambientale, i governi locali e i cittadini nella lotta contro il riscaldamento globale.

La Provincia di Foggia è stata tra le prime a partecipare alle fasi di attivazione del progetto, coordinando sin da subito l'iniziativa e l'adesione di ben 28 Amministrazioni comunali della Capitanata. Venerdì 15 ottobre sul tavolo tecnico dovranno pervenire le informazioni e i dati relativi per la redazione finale del PAES.

L’obiettivo generale è quello di raggiungere entro il 2020 la riduzione di oltre il 20% delle emissioni in atmosfera di CO2 mediante un corrispondente risparmio energetico e maggiore impiego di fonti rinnovabili. La provincia di Foggia, si è imposta di raggiungere nei prossimi dieci anni un risparmio energetico annuo, in di circa 800 GigaWatt con un abbattimento di emissioni pari ad oltre 400.000 tonnellate di CO2, attraverso la razionalizzazione, l'efficientamento e la diversificazione del consumo di energia nei vari settori di produzione (trasporti, industria, civile, terziario, agricoltura e pesca).
Per raggiungere questo obiettivo, le 28 amministrazioni, si sono impegnate a preparare un “Inventario Base delle Emissioni”, a presentare un “Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile (PAES)”, approvato dal consiglio comunale entro l’anno successivo all’adesione ufficiale al Patto dei Sindaci, e includere concrete misure per ridurre le emissioni almeno del 20% entro il 2020, e a pubblicare regolarmente (ogni 2 anni dopo la presentazione del Piano) un “Rapporto sull’Attuazione”, approvato dal consiglio comunale, che indica il grado di realizzazione delle azioni chiave e i risultati intermedi.

Ad introdurre gli incontri (con i sindaci e con le scuole) è stato l'Assessore provinciale alle Politiche Energetiche Pasquale Potenza. Alle due sedute, inoltre, ha preso parte il professor Antonello Pezzini, membro del Comitato Economico e Sociale Europeo, incaricato di coordinare le attività istituzionali del “Patto dei Sindaci”. L’Assessore Pazienza: “Siamo giunti ormai al momento di entrare nel merito delle priorità progettuali con le quali concorrere a qualificare il bilancio energetico dei singoli Comuni aderenti al Patto”. Spiega inoltre l’Assessore che le risorse finanziarie proverranno dal programma europeo “ELENA" (European Local ENergy Assistance), ossia progetti di investimento, già applicati con successo in altre regioni d’Europa, riguardanti l’efficacia energetica, le fonti di energia rinnovabile e il trasporto urbano sostenibile, che saranno valutati da ingegneri ed economisti della BEI (European Investment Bank).

“L'azione di coordinamento della Provincia – conclude l’assessore provinciale alle Politiche Energetiche – mira a uniformare l'azione amministrativa locale in tema di politiche energetiche, tanto sul fronte dell’efficientamento, quanto su quello della micro-generazione diffusa, in modo che la produzione energetica da fonti rinnovabili possa rappresentare un vantaggio diretto per i cittadini delle nostre comunità locali”.

domenica 23 gennaio 2011

Barzelletta sugli inceneritori

La sapete quella dell'inceneritore che inquina come un auto?

Ci sono un francese, un inglese e un italiano.

Il francese, tramite il Consiglio Nazionale degli Ordini dei Medici, avanza una richiesta di moratoria sugli inceneritori.
L'inglese, nel giugno 2008, mediante la Società Britannica di Medicina Ecologica (BSEM) presenta il IV Rapporto sugli effetti dell'incenerimento dei rifiuti sulla salute. Un lavoro molto dettagliato e circostanziato con ben 329 voci bibliografiche.

Come in tutte le barzellette, adesso arriva l'italiano.

L'italiano che fa? Per mano del Governo, nel maggio 2008 pubblica un Piano di intervento operativo sulla salute per l'emergenza rifiuti in Campania, redatto dal Ministero del Welfare, con la collaborazione dell’Istituto Superiore di Sanità, della Regione Campania e dell’Ordine dei Medici di Napoli.
In questo piano afferma che “gli impianti di incenerimento e termovalorizzazione (quale quello che entrerà in funzione ad Acerra) sono costruiti secondo le moderne tecnologie e non rappresentano un rischio aggiuntivo per la salute delle popolazioni residenti nelle aree circostanti. Il loro impatto ambientale è paragonabile a quello conseguente a normali situazioni di traffico urbano”.

La barzelletta é finita. Non ridete?
E certo che non ridete, perchè siete italiani, e c'è poco da ridere!

Invece l'Europa si sbellica. Già, perchè dai documenti ufficiali Europei ( dati dell’ inventario della Commissione Europea, rapporto finale del 31.12.2000, 3° volume, pag 69) risulta che gli impianti di incenerimento in Italia producono 295,5 gr/anno di diossine in tossicità equivalente (TE) di cui 170,6 gr/anno dal solo incenerimento di rifiuti urbani.

E l'inquinamento dal traffico? 5,1 gr/anno. Trenta milioni di autovetture, senza tener conto degli altri autoveicoli, non producono insomma che l'1,1% della diossina che vomitano gli inceneritori.

Per il nostro Governo, però, l'impatto ambientale degli inceneritori è paragonabile a quello conseguente a normali situazioni di traffico urbano.

Tra l'altro, l'inglese ha anche spiegato come si riesce a far sembrare innocui gli impianti. Per esempio, la diossina non viene monitorata adeguatamente e soprattutto non nelle fasi di maggior criticità (accensione e spegnimento). In Italia per gli impianti di incenerimento di rifiuti è previsto il monitoraggio per le diossine da un minimo di 6 ore ad un massimo di 8 per 3 volte all’ anno.

Questo sì, che è un controllo che fa ridere. Fa ridere i polli.
Quelli che abitano vicino agli inceneritori, invece, piangono.

Puntata di Report sulle biomasse. Parla l'amministratore delegato Marcegaglia

Con l'intervento di Roberto Garavaglia, amministratore delegato del Gruppo Marcegaglia,
al minuto 8:50, che parla dell'inceneritore di biomasse realizzato a Cutro col Contratto d'Area e della protesta della popolazione contro la conversione in inceneritore di rifiuti. Coversione che per l'impianto gemello di Manfredonia è avvenuta durante l'iter autorizzativo, anziché dopo la realizzazione.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2519dd8f-b735-4094-9cb8-3c85bf962e91.html

La Capitanata: Eldorado dell'oro nero!

Pubblicato per la prima volta su Hermes.

Che la Capitanata fosse una terra appetibile per i Signori delle energie rinnovabili non vi erano molti dubbi; abbiamo sole e vento in abbondanza per pannelli e torri eoliche e scarti agricoli per le cosiddette “centrali a biomasse”, materie prime che fanno gola alle aziende per ottenere i generosi incentivi messi a disposizione dallo Stato (vedi le pale eoliche ferme nei pressi di Ordona o sull’autostrada).

Ma che la nostra terra, l’Antica Daunia, fosse anche un piccolo Texas grazie alla presenza sotterranea di idrocarburi solidi e liquidi era a conoscenza di pochi esperti del settore. Ebbene, spulciando le fonti ufficiali quali il Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e della Geotermia e ancora (cosa ancora più sorprendente) il Bollettino Ufficiale della Regione Puglia, si scopre che la nostra provincia non vedrà solamente il proliferare di pannelli, aereo generatori, centrali varie ma anche di vari pozzi per estrarre gas e petrolio!

Al 31 marzo 2010 si contano 4 istanze di permessi per effettuare pozzi esplorativi (Il Convento, Masseria Montarozzo, Posta del Giudice, Serra dei Gatti) e 1 permesso di ricerca (Posta Nuova). Ma la cosa che forse ignoriamo maggiormente è che, da diversi anni, sono stati rilasciate 12 concessioni di coltivazioni (ossia estrazioni) nei territori di Candela, Lucera, Masseria Acquasalsa, Masseria Grottavecchia, Masseria Petrilli, Melanico, Pecoraro, Tertiveri, Torrente Celone, Torrente Vulgano, Valle del Rovello.
In totale l’area interessata è di 2.109,01 kmq (la Capitanata ha un’estensione di 6.966, 17 kmq) e ad oggi i pozzi fatti sono 344 (sul tot. di 358 in tutta la Puglia); in 205 vi è il gas, 2 sono indiziati a gas, 137 improduttivi e in 9 c’è dell’olio.

I comuni che potrebbero vedere e che già hanno visto bucarsi il proprio agro sono molti: Ascoli Satriano, Biccari, Carapelle, Casalvecchio di Puglia, Castelluccio Valmaggiore, Castelnuovo della Daunia, Celle San Vito, Foggia, Lesina, Lucera, Manfredonia, Orsara di Puglia, Orta Nova, Pietramontecorvino, Roseto Valfortore, San Paolo di Civitate, San Severo, Serracapriola, Troia, Torremaggiore, Ordona, Deliceto, Bovino, Accadia, Alberona, Candela, Rocchetta Sant’Antonio, Sant’Agata di Puglia.
Negli uffici tecnici di tutti questi comuni potete trovare i progetti di perforazione. Le aziende in questione sono: Appenine Energy, Compagnia generale Idrocarburi, Medoilgas, Vega Oil, Eni, Edison, Gas Plus Italiana.

Ebbene, dopo questa elencazione entriamo nel merito, in particolare nel Burp n. 35 del 4/3/2008. La giunta Vendola, (Nichi Vendola, leader del partito Sinistra “Ecologia” e Libertà, alla testa del corteo “No Petrolio” a Monopoli qualche anno fa) dà il proprio assenso su relazione dell’allora Assessore all’Ecologia Losappio (lo stesso che inaugurò l’impianto per la produzione di CdR, combustibile da rifiuti o "ecoballe", del gruppo Marcegaglia vicino Borgo Tressanti), alla realizzazione di un pozzo (permesso “Torrente Celone”) a 6 km a sud di Foggia, nei pressi di Masseria Sipari.

In particolare l’istanza del permesso di ricerca “Masseria Montarozzo” vede interessato il Bosco dell’Incoronata, area protetta SIC (Sito di importanza comunitaria), l’unico polmone verde di un’immensa area senza un albero, nonchè area sismica (ricordate l’ultimo terremoto il 17/9/2010, magnitudo 4.4 tra Foggia, Carapelle, Orta Nova? Bene, esattamente lì).
La giunta Vendola autorizzerà anche questa istanza assieme alle altre? Inoltre, le tecnologie utilizzate per la perforazione saranno compatibili con la destinazione agricola dei suoli? Queste interrogativi risultano legittimi, dal momento che risulta difficile avere informazioni al riguardo: nelle tv e giornali locali questo argomento non viene affrontato e il silenzio sembra prevalere.

Allora, andando a curiosare sui siti dei vari comitati che si battono contro le trivellazioni selvagge, soprattutto in mare, notiamo un interessante osservazione: il nostro petrolio è cosiddetto “amaro”, ossia, oltre ad essere esiguo è ricco di impurità e gas sulfurei, ed è pesante, cioè presenta molecole allungate rispetto a quelle necessarie per “farci la benzina”. Perché allora tutto questo interesse per i nostri presunti giacimenti da parte di queste multinazionali del petrolio?
La risposta l’ha data il programma di inchiesta “Report”: nel momento in cui le istituzioni pubbliche rilasciano le autorizzazioni, ecco che le azioni di questi gruppi industriali acquistano maggior valore in Borsa. Non occorre andare molto lontano per vedere gli effetti dell’estrazione: in Val d’Agri (Basilicata) i cittadini hanno iniziato a protestare, scendendo in piazza, poiché il petrolio non ha portato lo sviluppo da loro sperato (il lavoro è subappaltato con contratti precari) e le terre dei contadini sono inquinate dalle fuoriuscite di gas e greggio.

Non possiamo prevedere il futuro, ma possiamo certamente affermare che la Regione Puglia ha una grande responsabilità nel rilascio delle autorizzazioni e deve evitare che questa caccia all’oro nero comprometta per sempre il nostro territorio.

Comitato spontaneo contro gli inceneritori in Capitanata
22/01/2011




Vega Oil?
Texas Italia. Leggi il dossier di Legambiente.

Speciale sull'inceneritore di Massafra

Inceneritore di Massafra: in arrivo 30 mila tonnellate dalla Campania

La Gazzetta del Mezzogiorno, 7 gennaio 2009.

Carabinieri del Noe e consulenti della procura di Bari hanno compiuto un’ispezione nell’impianto di termovalorizzazione di Massafra (Taranto) per accertare se le tecnologie impiegate siano uguali a quelle montate nell’impianto in costruzione a Modugno (Bari), che la procura ritiene non avanzate, sequestrando, anche per questo, l’impianto.

L'esame comparativo è stato compiuto su richiesta della società 'Eco Energia srl' (Gruppo Marcegaglia), proprietaria dei due impianti, che ritiene che le tecnologie usate per costruire i due termovalorizzatori (ritenuti uguali) siano le migliori disponibili sul mercato. Durante l’ispezione (che potrebbe proseguire prossimamente) sono stati compiuti prelievi che saranno sottoposti ad esami strumentali e di laboratorio.

L'impianto di Modugno (Bari) è stato sequestrato dalla magistratura barese il 22 settembre 2008. Il sequestro riguarda un’area di 35.000 metri quadrati sottoposta a vincolo paesaggistico e idrogeologico. Nell’indagine sono coinvolti il responsabile della società esecutrice dei lavori, i progettisti e un funzionario regionale che ha rilasciato il parere favorevole nella 'Vià. Secondo l’accusa, i lavori sono stati compiuti sinora in base ad autorizzazioni illegittime del Comune di Modugno e della Regione Puglia e in mancanza del parere vincolante dell’autorità di bacino, del nulla osta paesaggistico e del nulla osta dell’Enac perchè le opere supererebbero in altezza il limite consentito nel raggio di tre km dall’aeroporto di Bari Palese.

Tuttavia, c'è anche da dire che i rapporti fra gli ATO tarantini che gestiscono la raccolta differenziata e il gestore dell'impianto APPIA Energy non sono idilliaci, per via dell'imposizione di traiffe da monopolio da parte di quest'ultima.
Qui di seguito l'esito del "procedimento integrativo":
DETERMINAZIONE DEL DIRIGENTE SETTORE ECOLOGIA 15 settembre 2008, n. 542


Legge Regionale n. 11/01- Procedimento integrativo alla procedura di Valutazione Impatto Ambientale - Impianto di produzione di energia elettrica mediante incenerimento di combustibili derivati da rifiuti e da biomasse - Contrada Console - Comune di Massafra (Ta) - Proponente: Appia Energy S.r.l.. -


L’anno 2008 addì 15 del mese di settembre in Modugno (Ba), presso il Settore Ecologia,
IL DIRIGENTE

Ing. Antonello ANTONICELLI, sulla scorta dell’istruttoria espletata dall’Ufficio V.I.A., ha adottato il seguente provvedimento:

• con nota del 21.03.2008, acquisita al prot. n. 6966 del 9 maggio 2008, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare - Direzione Generale per la Salvaguardia Ambientale - Divisione III - Valutazione di Impatto Ambientale di Infrastrutture, Opere Civili ed Impianti Industriali - informava l’Assessorato all’Ecologia circa il possibile avvio di una procedura di infrazione ex articolo 228 del trattato CE per quanto concerne il procedimento di valutazione di dell’impatto ambientale inerente l’impianto di produzione di energia elettrica mediante trattamento di combustibili derivati da rifiuti e di biomasse sito in Massafra (Taranto), proposto dalla Appia Energy S.r.l. - C.da Console - Massafra (Ta) -, e conclusosi con parere favorevole con prescrizioni recato dalla Determinazione Dirigenziale n. 380 del 23.7.2007. Con la stessa nota veniva evidenziato che la Commissione Europea lamentava un difetto di comunicazione al pubblico interessato poiché dalle comunicazioni a suo tempo effettuate risulterebbe una carenza di informazioni in particolare per quel che concerne “...la possibilità di esprimere il proprio parere tramite memorie e/o osservazioni scritte né che siano stati indicati i relativi termini temporali di presentazione, nonché gli orari per l’accesso agli uffici sede del .deposito degli atti (progetto e studio di impatto ambientale) e per la costruzione degli stessi...”, così come previsto dalla direttiva comunitaria sulla VIA n. 85/337/CEE, come modificata dalla direttiva 2003/35/CE. Pertanto il Ministero chiedeva alla Regione Puglia di avviare e portare a compimento un procedimento integrativo che consenta una più ampia partecipazione e consultazione del pubblico interessato attraverso nuove pubblicazioni degli avvisi di deposito e di avviare una specifica istruttoria sulle osservazioni, memorie e pareri pervenuti che dovranno essere debitamente e formalmente considerati e controdedotti;

• Con nota prot. n. 7660 del 23.05.2008, l’Assessorato all’Ecologia della Regione Puglia provvedeva a richiedere alla società Appia Energy nuove pubblicazioni in linea con la normativa sopra esplicitata e secondo le modalità richieste dal Ministero dell’Ambiente;

• Con nota prot. n. 6308 del 09.06.2008 la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea trasmetteva nota avente ad oggetto: “Decisioni della Commissione del 5 giugno 2008. procedura di infrazione 2000/5083 ex art. 228 Trattato CE: Inceneritore a Massafra (Ta) Sentenza della Corte di Giustizia del 23 novembre 2006 nella Causa C-486/04” con la quale inviava una lettera di messa in mora ex art. 228 della CE nei confronti della Repubblica Italiana in relazione all’oggetto;

• Con nota prot. n. 8527 dell’11.06.2008 il Settore Ecologia in riscontro alla nota sopra esplicitata dava contezza dell’invio alla società proponente l’impianto in argomento di specifica richiesta finalizzata ad ottenere l’integrazione procedimentale richiesta dal Ministero dell’Ambiente per gli adempimenti richiesti dalla Commissione;

• Con nota acquisita al prot. n. 9025 del 19 giugno 2008 l’Appia Energy richiedeva specificazioni in ordine alla nuova procedura ed, in particolare, “...nel precisare che il Progetto ed il S.I.A. sono gli stessi rispetto a quelli già depositati presso gli uffici competenti nel corso della procedura di V.I.A. già espletata, si chiede... di voler signcare se questa società dovrà procedere nuovamente al deposito della copia degli stessi atti...”;

• Con nota prot. n. 8911 del 19.06.2008, il Settore Ecologia riscontava la nota precedente fornendo le specificazioni richieste e precisava alla società istante di “...depositare presso i competenti uffici regionali una nuova copia del progetto e dell’annesso Studio di Impatto Ambientale, benché uguali a quelli già agli atti del Settore Ecologia. Tanto al fine di assicurare la massima trasparenza alla prevista integrazione procedimentale...”;

• Con nota del 30 giugno 2008, prot. MAE-Sede-186-P n. 229315, acquisita al prot. n. 9526 del 02.07.2008, avente ad oggetto: Procedura di infrazione n. 2002/5083. Mancata valutazione dell’impatto ambientale dell’impianto di produzione di energia elettrica mediante incenerimento di combustibili derivanti da rifiuti e di biomasse sito in Massafra (Taranto). Direttive 85/337/CEE e 97/11/CE. Sentenza della Corte di Giustizia del 23 novembre 2006. Causa C486/04. Riferimento: Lettera di costituzione in mora della Commissione n. 2000/5083 C (2008) 1947 del 5 giugno 2008, - il Ministero degli Affari Esteri - Direzione Generale per l’Integrazione Europea - convocava una riunione urgente in vista della predisposizione della risposta da fornire alla Commissione Europea;

• Con nota acquisita al prot. n. 9527 del 02.07.2008, la società Appia Energy depositava il progetto e lo S.I.A. in formato cartaceo ed elettronico. La stessa società comunicava inoltre “...di aver richiesto la pubblicazione del relativo avviso sul BURP e su due quotidiani, uno nazionale ed uno regionale, di cui trasmetterà copia ...”;

• Con nota prot. n. 9531 del 03.08.2008 il Settore Ecologia riscontrava la nota del Ministero degli Affari Esteri acquisita al prot. n. 9526 del 02.07.08 e comunicava che in data 01.07.2008 era stato depositato presso l’Assessorato scrivente lo S.I.A. dell’impianto in argomento, avviando così formalmente il procedimento integrativo richiesto dalla Regione Puglia - Assessorato all’Ecologia - con nota prot. n. 8911/2008. Con la stessa nota si rappresentava che il predetto impianto “...viene utilizzato anche per fronteggiare in quota parte l’emergenza rifiuti della Regione Campania, assicurando così la solidarietà concreta alla problematica nazionale...”;

• Con nota acquisita al prot. n. 9889 del 16.07.2008 la società proponente comunicava di aver provveduto, in ottemperanza a quanto previsto dalla L.R. n. 11/01 e s.m.i., alla pubblicazione delle comunicazioni al pubblico di avvenuto depositato del S.I.A. presso le autorità competenti secondo le modalità previste dalla direttiva 85/337/CEE, come modificata dalla direttiva 2003/35/CE. Con la stessa nota trasmetteva copia della pubblicazione dell’avviso sul BURP n. 106 del 03.07.08 pagg. 12726-12727, copia della pubblicazione dell’avviso su “Qn - Quotidiano nazionale Il Giorno” del 03.07.08, pag. 20, copia della pubblicazione dell’avviso su “Puglia - Quotidiano di vita regionale” del 03.07.08, pag. 04;

• Con successiva nota prot. n. 9890 del 16.07.2008 il Settore Ecologia trasmetteva copia delle pubblicazioni sopra esplicitate al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare;

• Con nota acquisita al prot. n. 12300 dell’08.09.2008 la Provincia di Taranto - Settore Ecologia ed Ambiente - rappresentava quanto segue: “... Con determinazione del Dirigente del Settore Ecologia n. 38 del 23.07.2007 ...è stato espresso parere favorevole alla compatibilità ambientale per l’impianto in oggetto...Tra le prescrizioni presenti in tale provvedimento se ne riporta integralmente il seguente: “Inoltre mancano degli studi di rilevazione sugli impianti agricoli ad una distanza di circa 15-18 km dal punto di emissione delle stesse, in quanto è oramai accertato che l’esposizione dannosa nella città di Massafra più vicina e quanto mai marginale, rispetto al punto di massima ricaduta che avviene a distanza maggiore. Pertanto si prescrive che il monitoraggio delle emissioni in atmosfera avvenga almeno 3 volte l’anno, con relativo invio agli organi previsti per le valutazioni di merito, è che per quanto riguarda il rilascio eventuale di diossina la stessa venga monitorata almeno per una volta all’anno in un raggio di 15-18 km per le ragioni sopra esposte, inviando i dati agli organi preposti per le conseguenti determinazioni di merito”. Con determinazione del Dirigente del Settore Ecologia ed Ambiente n. 6 del 18.01.2008... lo scrivente Ufficio autorizzava la gestione dell’impianto... ai sensi dell’art. 210 del D.Lgs. n. 152/2006 con le prescrizioni ivi riportate. Con lettera di trasmissione 14 marzo 2008... la società Appia Energy... in conformità a quanto prescritto al punto 5) della citata determinazione n. 6 del 18.01.2008, trasmetteva il piano di monitoraggio ambientale e di controllo, il quale veniva sottoposto alla valutazione del Comitato tecnico provinciale del 02.07.2008 con verbale n. 41... In tale valutazione il Comitato tecnico osservava:
• “Non risulta accettabile la distanza di 18 km dall’insediamento per il prelievo di campioni ove determinare le PCDD/F...
• Pertanto non si comprendono le motivazioni che hanno generato tale valore della distanza di 18 km considerando il fatto che in analoghe circostanze l’ARPA ha considerato valida la distanza di 1,8 km...
• Occorre aggiungere che analisi mensili di PCDD/F oltre ad essere abbastanza onerose per le aziende interessate potrebbero avere un significato poco significatico se non viene specificato quali diossine determinare. Si ritiene pertanto realistica la realizzazione di due determinazioni annue di cui una che coinvolga tutte le aziende e tutta l’area di Taranto sia a livello di emissione dal camino che a livello di emissione sul suolo...

Pertanto...si invita codesta Regione ad esprimere delle controsservazioni in merito a quanto esplicitato dal citato Comitato tecnico provinciale ...;

• Con nota prot. n. 12518 dell’11.09.2008 il Settore Ecologia riscontrava la nota sopra esplicitata e comunicava al Settore Ecologia ed Ambiente della Provincia di Taranto quanto segue: “Nel merito delle osservazioni espresse dal Comitato Tecnico Provinciale di Taranto, nella seduta del 2 luglio 2008 con verbale n. 41, relativamente all’impianto in oggetto ed in particolare, per quel che riguarda la prescrizione contenuta nella D.D. n. 380/08 del Settore scrivente concernente il raggio entro cui monitorare le diossine, si precisa che per mero errore materiale di punteggiatura è stato segnalato 15-18 km anzichè 1,5-1,8 km.
Relativamente alla specificazione circa le diossine da monitorare, si puntualizza che a pag. 18 della predetta D.D. n. 380/08 si evince che “...nell’ambito del monitoraggio deve essere prevista la ricerca di eventuali diossine facenti parte delle famiglie a più alta tossicità, in contraddittorio con l’ARPA... “. Per maggior precisazione la classificazione delle predette diossine è recuperabile dall’Allegato 1 del D. Lgs n. 133/05 “Attuazione della direttiva 2000/76/CE, in materia di incenerimento dei rifiuti”.
Si prende infine atto della determinazione dello stesso Comitato Tecnico Provinciale circa l’opportunità di realizzare due determinazioni annue per il monitoraggio delle diossine, considerando che il Comitato Reg. le di V.I.A. relativamente a questo aspetto aveva prescritto che lo stesso fosse effettuato “...almeno una volta l’anno ...”;

• Nella seduta del 03.09.2008 il Comitato Reg.le di V.I.A. preso atto che, ai sensi dell’art. 12 della L.R. N. 11/01 e s.m.i., non sono state presentate osservazioni all’autorità competente sull’intervento in oggetto esplicitato entro il termine di trenta giorni dalla data di pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia, ritiene di dover confermare, nell’ambito del procedimento integrativo alla procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale, il parere favorevole sulla compatibilità ambientale dell’impianto in questione, per tutte le motivazioni e con tutte con prescrizioni già espresse con Determina Dirigenziale n. 380 del 23.07.2007.

• Vista la L.R. 4 febbraio 1997 n. 7;

• Vista la deliberazione della Giunta Regionale n. 3261 del 28/7/98 con la quale sono state emanate direttive per la separazione delle attività di direzione politica da quelle di gestione amministrativa;

• Viste le direttive impartite dal Presidente della Giunta Regionale con nota n. 01/007689/1-5 del 31/7/98;

• Vista la L.R. n. 11/2001 e s.m.i.;

• Richiamati gli artt. 15 e 18 della L.R. n. 11/2001 e s.m.i.;

• Preso atto delle controsservazioni al Settore Ecologia ed Ambiente della Provincia di Taranto di cui alla nota della Regione Puglia - Assessorato all’Ecologia - Settore Ecologia - prot. n. 12518 dell’11.09.2008 ed in narrativa esplicitata;
• Preso atto delle risultanze dell’istruttoria resa dal funzionario preposto;

Adempimenti contabili di cui alla L.R. N. 28/2001 e s.m. ed i.
Dal presente provvedimento non deriva alcun onere a carico del bilancio regionale


DETERMINA

- di confermare, nell’ambito del procedimento integrativo alla procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale, con la presa d’atto del Comitato Regionale per la V.I.A. nella seduta del 03.09.2008, il parere favorevole sulla compatibilità ambientale per l’impianto in esercizio di produzione di energia elettrica mediante incenerimento di combustibili derivati da rifiuti e da biomasse, in contrada Console, nel comune di Massafra (Ta), proposto dalla Appia Energy S.r.l. - Contrada Console - Massafra (Ta) -, per le motivazioni e con tutte con prescrizioni già espresse con Determina Dirigenziale n. 380 del 23.07.2007;

• Di notificare il presente provvedimento agli interessati a cura del Settore Ecologia;

• Di trasmettere il presente provvedimento al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare;

• Di far pubblicare, a cura del proponente, un estratto del presente provvedimento su un quotidiano nazionale e su un quotidiano locale diffuso nel territorio interessato, ai sensi dell’art. 13, comma 3, L.R. n. 11/2001;

• Di far pubblicare il presente provvedimento sul B.U.R.P.;

• Di dichiarare il presente provvedimento esecutivo;

• Di trasmettere copia conforme del presente provvedimento alla Segreteria della G.R.

Il sottoscritto attesta che il procedimento istruttorio affidatogli è stato espletato nel rispetto della normativa nazionale, regionale e comunitaria e che il presente schema di provvedimento, predisposto ai fini dell’adozione dell’atto finale da parte del Dirigente del Settore Ecologiaa, è conforme alle risultanze istruttorie.

Il Funzionario Istruttore Il Dirigente del
Sig.ra C. Mafrica Settore Ecologia
Ing. Antonello Antonicelli



Speciale sull'inceneritore di Massafra (audio)

sabato 22 gennaio 2011

In Puglia inceneritori a Massafra, Modugno ed uno in costruzione a Borgo Tressanti (FG). Tutti del gruppo Marcegaglia.

Maurizio Portaluri da tuttosanita.it

Ed anche in Puglia alla fine spuntano gli inceneritori. Ce ne è uno a Massafra, uno a Modugno ed uno in costruzione a Borgo Tressanti a Foggia. Tutti del gruppo Marcegaglia.
La Giunta di centro destra cercò di costruirne uno a Trani ma non ci riuscì. Recentemente un nuovo “mantra” viene ripetuto dal presidente Vendola e dall’Assessore all’ambiente Nicastro: “ci vogliono inceneritori di ultima generazione per chiudere il ciclo dei rifiuti”.

Purtroppo cambiano gli attori ma la trama è sempre la stessa. Per cui vale la pena di ricordare ai cittadini alcuni elementari principi.
Se si fa la raccolta differenziata porta a porta, non ci sarà mai abbastanza rifiuto da incenerire. L’incenerimento è economicamente vantaggioso per i gestori degli impianti a condizione che le quantità assicurate all’incenerimento siano adeguate. Quindi o si fa raccolta differenziata o si brucia. “Tertium non datur”.

L’incenerimento ha come prospettiva l’incremento nel tempo della tassa rifiuti proprio per l’alto costo di gestione degli impianti. I vantaggi economici sono solo per i gestori, non per la collettività. Infatti l’occupazione prodotta da simili impianti è risibile in confronto a quella prodotta con la raccolta porta a porta e con il riciclo dei materiali.

Una regione che avesse a cuore una industria ecologica, svilupperebbe l’imprenditoria del riutilizzo.
Dal punto di vista del bilancio energetico, il riciclo dei materiali è molto più vantaggioso dell’incenerimento.
Dal punto di vista ambientale e sanitario bruciare rifiuti è una scelta che si muove contro due importanti indirizzi della Comunità Europea: la riduzione dell’immissione di diossine nell’ambiente, perchè il loro contenuto negli organismi biologici, uomo compreso, è ormai a livelli di guardia, e la riduzione della produzione dei rifiuti alla fonte.

Il “mantra” ripete anche che a mille gradi non si producono diossine ma non dice che a mille gradi bisogna arrivarci e poi bisogna raffreddare gli impianti. Inoltre, poiché nulla si crea e nulla si distrugge, ciò che non va in aria resta nei filtri e nelle ceneri.

E dove vanno le ceneri?
Avremo trasformato materiali riutilizzabili in rifiuto tossico-nocivo, che avrà a sua volta bisogno di uno smaltitore e di una discarica speciale. Una semplice assurdità.

La verità è che non si è mai voluta sviluppare una vera raccolta differenziata ed una industria del riutilizzo dei materiali. Chi produce materie prime e gestisce inceneritori e discariche può stare quindi tranquillo.

Per queste preoccupazioni nel 2008 gli Ordini dei Medici della Regione Emilia Romagna insorsero contro il dilagare degli inceneritori e l’allora ministro Bersani chiese al Ministro della Salute di intervenire per censurarli.

Quei medici non si sono fatti intimidire e continuano a dire la verità sugli inceneritori come è accaduto a Parma qualche settimana fa.
A Brindisi, dove il carbone bruciato negli ultimi 5 anni è aumentato del 30%, dove si vuole sostituirne il 5% con il CDR (rifiuti) e si vuole costruire qualche altro inceneritore, siamo ancora in attesa del “II tempo” annunciato a più riprese dal governo regionale, dopo quello, un po’ misero in verità, di Taranto.
Un tempo dove la riduzione delle nocività si accompagni alla quantificazione dei danni ambientali subiti, attraverso la misurazione degli inquinanti finora mai misurati e delle patologie mai rilevate. Non altro.

Patologie, femminismo e processi, noi le donne di Bianca Lancia

Stato Quotidiano (26/04/2010), di Pasquale Gargano

Manfredonia – “Stamattina, alle 12, a Manfredonia il giudice monocratico, dottoressa Valente, ha pronunciato la sentenza di primo grado del processo alla Enichem . I dirigenti della multinazionale sono stati assolti perché «il fatto non sussiste». Il processo era iniziato da un esposto, nel 1996, alla Procura di Foggia, da parte di un operaio dell’ex stabilimento, Nicola Lovecchio. E dell’oncologo Maurizio Portaluri, a seguito delle indagini e ricerche che avevano svolto. Il pubblico ministero Lidia Giorni, dopo cinque anni di indagini e riscontri, riuscì poi a far iniziare il processo. Nel 2001 prendono avvio le udienze, fitte di testimonianze e periti che ricostruiscono i fatti. Il capo d’imputazione è grave: omicidio colposo plurimo motivato dall’esposizione all’arsenico dei lavoratori dell’Enichem. Nel 1976 era scoppiata la colonna di lavaggio dell’ammoniaca, all’interno della quale erano contenute tonnellate di arsenico. Nell’immediato non fu resa chiara la gravità dell’incidente, e le operazioni di bonifica partirono con dieci giorni di ritardo. Gli operai e tutti gli addetti dell Anic andarono a lavorare regolarmente anche il giorno dell’incidente. Gli operai furono impiegati anche nelle operazioni di bonifica senza le dovute cautele. Ma soprattutto non furono informati precisamente sul rischio. Fu solo in seguito, a causa di valori di arsenico nelle urine elevatissimi, che iniziarono per loro i periodi di malattia. Nel processo, gli operai che si sono costituiti parte lesa sono 23, molti dei quali, oggi, deceduti o ammalati di tumore. Il processo è andato avanti in questi anni, con la signora Lovecchio, la vedova dell’operaio che ha denunciato tutto, in silenzio ad ascoltare, in aula, insieme ai parenti degli altri operai. Il processo di primo grado è durato sei anni, per le numerose perizie fornite da consulenti del pubblico ministero, e le contro-perizie dell’Enichem. Perizie che hanno cercato di far luce sui materiali impiegati nella produzione, i sistemi di sicurezza, ma soprattutto sull’esposizione all’arsenico e polvere di urea. Ma se la scienza è d’accordo, in maniera unanime, sulla natura cancerogena dell’arsenico, altrettanto non è per i periti dell’Enichem. I quali hanno anche ipotizzato, nel corso del processo che l’eccessivo tasso di arsenico nelle analisi fatte agli operai, non fosse legato all’esplosione né, tanto meno, ai processi produttivi, bensì alle loro abitudini alimentari. Un elevato consumo di crostacei e soprattutto di gamberi, hanno detto, è la causa dell’elevato tasso di arsenicure. Elevato consumo che secondo i periti dell’accusa si quantificherebbe in un chilo giornaliero, più meno. Di sicuro la spesa abituale per ogni operaio (..) Il giudice Valente nel maggio scorso nomina due superperiti: uno di dell’Universià di Napoli, l’altro di Salerno, ma con la peculiarità di essere padre e figlia. La perizia si è basata solo sugli atti forniti dall’Enichem, e non su quelli forniti dai consulenti del pm e degli avvocati dell’Accusa. Il risultato è immaginabile (..) Ulteriore svantaggio, le proposte di patteggiamento alle famiglie, costituitesi anche parte civile. Molte hanno accettato somme tra venti e settantacinquemila euro, a seconda del grado di parentela. La vedova Lovecchio e pochi altri hanno rifiutato. Di recente hanno patteggiato anche altre parti civili: I comuni di Manfredonia, di Mattinata e Monte Sant’angelo. A «guadagnare» di più è stato il comune di Manfredonia: 300 mila euro. Oggi, in un’aula gremita di persone come non se ne erano viste per anni, il giudice ha pronunciato la sentenza: tutti assolti perché il fatto non sussiste. Parole cadute, dopo due ore di attesa, nel silenzio più completo”, conclude Langiu. (Alessandro Langiu , da Carta – ottobre 2001). Nel 2008 i familiari di Lovecchio decisero di ricorrere in appello sostenuti da Medicina Democratica. Da segnalare delle ricerche negli ultimi anni di un gruppo di cittadini, tra i quali Giulio Di Luzio, autore del libro I fantasmi dell’Enichem: «Abbiamo raccolto la testimonianza di una donna che nell’agosto 1980 mise al mondo un bambino con il fegato praticamente liquefatto», dichiara Di Luzio. «I medici non riuscirono a spiegare il fatto, ma è possibile che la causa possa essere stata l’esposizione a una nube di ammoniaca fuoriuscita dagli impianti in un incidente avvenuto il 3 agosto 1980, mentre la donna era negli ultimi giorni di gravidanza» (elaborazione da Focus.it).

LE MOBILITAZIONI CITTADINE – Fra le prime a mobilitarsi, per far luce sulla vicenda, le donne di Manfredonia, soprattutto attraverso l’associazione ‘Bianca Lancia’ che nel 1988 riuscì a portare il caso della contaminazione di Manfredonia alla Commissione per i Diritti dell’Uomo a Bruxelles. Nel 1998 la stessa Comissione riconobbe un risarcimento per 40 madri vittime della contaminazione. Dallo stesso anno, Manfredonia è inserita tra i siti contaminati di interesse nazionale. Nel 2007 l’area industriale risultava bonificata per il 12% e per il 55 % risultava approvato il progetto definitivo.

LE DONNE DI BIANCA LANCIA NUOVAMENTE IN SCENA - Il prossimo mercoledì 28 aprile, alle ore 18, presso la saletta multimediale della Biblioteca Comunale di Manfredonia, le donne dell’Associazione ‘Bianca Lancia’ promuoveranno una conferenza stampa per annunciare il loro ritorno sulla scena culturale della città e la riapertura del Processo d’Appello contro l’Enichem alla Terza Sezione Penale della Corte di Appello di Bari, fissato il 30 aprile e proposto dal pm di Foggia, Lidia Giorgio, dopo le assoluzioni di primo grado. A confermalo a Stato la presidente dell’associazione di Manfredonia, dottoressa Iolanda D’Errico.

DOPO LA SENTENZA – “Cos’è la Politica? E’ la ricerca di una mediazione alta che permette di ingrandirci oltre i bisogni e gli egoismi personali, contribuendo così ad elevare la civiltà di una Comunità. E’ per questa idea della politica che noi donne di Bianca Lancia siamo profondamente indignate e deluse per la scelta dell’Amministrazione Comunale di Manfredonia di ritirare la costituzione di parte civile nel processo contro l’Enichem. Ancora di più c’indigna il fatto che una scelta così importante per la storia della nostra città sia stata presa nel chiuso di una stanza da pochi politici, eludendo così il confronto democratico. La decisione è stata giustificata con motivi “ tecnici e d’opportunità economica”. A loro avviso 300.000 euro possono ripagare le morti, le sofferenze, i veleni che hanno inquinato l’ambiente e, a quanto pare, anche le coscienze. Ma vita e morte non sono monetizzabili. L’Amministrazione Comunale con questa decisione si è ritirata non solo dal processo, ma soprattutto dal patto morale stretto con la città. Tra le fiamme di un favonio estivo si è rinnovato l’antico baratto tra le ragioni ideali e le giustificazioni amministrative. Per il “Palazzo” potrebbe essere accettabile l’alibi di un’eventuale sentenza sfavorevole, ma per la Comunità si è persa un’ulteriore occasione per affermare che la dignità non è in vendita. Noi donne dell’Associazione Bianca Lancia, fedeli alla nostra storia, continuiamo ad essere presenti nel processo come parte civile perché vogliamo che alla condanna morale già data dalla città verso quella fabbrica, si aggiunga anche la condanna giuridica”.

PERCHE’ BIANCA LANCIA – ” La figura di donna posta al centro del logo rappresenta Bianca Lancia, madre di re Manfredi, fondatore della città, e sposa di Federico II, imperatore che tanto amò la nostra terra da definirla “luce dei miei occhi”. Il volto, dotato di valenza storica e simbolica, è attraversato da una clessidra, misura del tempo: ora è tempo delle donne. In tal modo rappresenta l’evoluzione della coscienza femminile nel nostro territorio. Sullo sfondo è delineato il castello di Manfredonia, luogo dell’anima della donna. La figura centrale è racchiusa in un ottagono, simbolo dell’infinito, contornato da triangoli che simboleggiano i raggi di una stella, astro che brilla di luce propria, tesa a propagarsi nell’immensità”.

NEL 2000 IL PRIMO COMUNICATO STAMPA, PRE INSEDIAMENTO DELLA SAN GALLI VETRO – “Il parere sfavorevole dell’Assessorato Ambiente della Regione Puglia al mega – impianto Isosar di GPL nei pressi di Manfredonia costituisce una grande vittoria del “Coordinamento per la valorizzazione e la salvaguardia del territorio” di Manfredonia, a cui aderiscono numerose associazioni di rilevanza nazionale e locale. La posizione espressa dalla Regione smentisce tutti coloro, politici ed amministratori locali compresi, che hanno sempre minimizzato i rischi connessi ad insediamenti industriali previsti a poca distanza da Manfredonia, che il “Comitato” ha sempre indicato come fonte di pericolo per la vita e la salute dei cittadini ed incompatibili con il territorio e con le piccole e medie imprese del Contratto d’Area (…) E’ il caso della Vetreria Sangalli, la quale è intenzionata a svolgere la propria attività sul terreno inquinato dello Stabilimento Enichem in violazione delle norme di tutela ambientale nazionali ed europee e che ha ottenuto dal Comune di Monte Sant’Angelo le concessioni edilizie senza aver superato la Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.). Il Coordinamento ritiene essenziale che, nel soddisfare la domanda di lavoro, non si trascurino la salute e la qualità della vita dei cittadini, nonché il diritto ad uno sviluppo ecosostenibile, evitando di dover affrontare nuove emergenze ambientali come quella, tuttora irrisolta, dello Stabilimento Enichem di Macchia”.

SIGNORA LOVECCHIO, SIGNORE DI MANFREDONIA – “SONO passati cinque giorni, ed un fine settimana, dalla sentenza sull’Enichem, pronunciata venerdì scorso a Manfredonia. (..) Era rassicurante la presenza delle donne all’interno dell’aula, mamme di figli ormai cresciuti, (..) mentre fuori si attendeva la sentenza. Siamo di nuovo qui, diceva una donna di Bianca Lancia, e vedevo il viso della signora Anna Maria Lovecchio, un po’ sorpresa ma rassicurata anche dalla loro presenza. Fuori, due dei tre figli di Anna Maria e Nicola, Vincenzo e Francesco. Mi dicono «ci volevano comprare un’altra volta». Cosa? «Sì, 135mila euro, questa volta», dice Francesco. Quel giorno non avevo chiesto alla signora Anna Maria cosa ne pensasse di questa nuova offerta, era visibilmente in apprensione. Così oggi l’ho chiamata per sentire come stesse, e sapendo di urtarla leggermente, le chiedo: «Anna Maria, le avevano offerto parecchi soldi in più questa volta?». E lei dopo un attimo di silenzio mi risponde: «Alessandro i soldi non hanno senso, l’unico obiettivo è la giustizia, e non è col denaro che si compra». (da Carta – ‘La giustizia non si compra’ di Alessandro Langiu del 5 ottobre del 2007).

Nucleare, in provincia di Foggia a rischio Lesina, Manfredonia e Zapponeta

Blog del Quotidiano di Foggia (15 gennaio 2010).

Lo prevede una vecchia pianificazione: ma è da lì che occorrerà comunque ripartire. Le polemiche suscitate dallo studio del Cnr. Il disinteresse dell’informazione locale e dell’opinione pubblica ad un tema cruciale per il futuro del territorio.

Il dibattito sul nucleare, e sulla possibilità di un dietro-front dell’Italia in materia sta sempre più prendendo quota, al punto tale da potrebbe diventare uno dei leit motiv della prossima campagna elettorale per il rinnovo dei consiglio regionali.
In particolare, sta suscitando un gran clamore la notizia della possibile installazione di una centrale nucleare a Termoli, e desta una qualche meraviglia che nemmeno una voce di preoccupazione o anche più semplicemente di commento si sia levata da parte dell’opinione pubblica e dell’informazione locale provinciale. Anche perché, il rischio che quella centrale anziché nel centro molisano possa finire ai confini con la Puglia e la provincia di Foggia, o addirittura proprio in provincia di Foggia è tutt’altro che esorcizzato.
Per capirci di più occorre risalire alla genesi della notizia, che è datata soltanto qualche giorno fa, ma si riferisce in realtà (sovente l’informazione spaccia per freschissime notizie che sono invece piuttosto stagionate) a qualcosa che non si è verificato proprio nelle ultime settimane. Si tratta dei risultati di uno studio condotto dall’Istituto di Biometereologia Ibimet del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Firenze, che ha messo a punto la mappa dei siti che sarebbe idonei ad ospitare centrali nucleari, mappa che comprende Termoli in Molise e Mola di Bari in Puglia. Il punto è che nessuno sa con precisione quando sia stato redatto lo studio, e, di conseguenza quanto possano essere aggiornati i dati in esso contenuti: sicuramente l’indagine è stato effettuato in un periodo antecedente al marzo del 2008, perché in questo mese venne presentato in una conferenza stampa pubblica.
Su chi abbia commissionato lo studio, e sul modo con cui sono stati diffusi i risultati ci sono state vivaci polemiche negli scorsi giorni. Ma un dato pare assodato: lo studio elaborato dal Cnr costituisce, verosimilmente un primo (e forse parziale) aggiornamento di un documento che sempre ritorna quando si parla di nucleare nel nostro Paese: la famosa “Carta dei siti” redatta negli anni settanta dal C.N.E.N (Comitato nazionale per l’ Energia Nucleare) in cui si andavano ad individuare le aree suscettibili di insediamento di impianti nucleari.
Il lavoro risale al 1979, ed è dunque vecchio di oltre trent’anni. È appena il caso di sottolineare che le previsioni della “carta dei siti” vanno riviste ed aggiornate soprattutto alla luce dei mutamenti nel frattempo intervenuti dal punto di vista del rischio sismologico.
In trent’anni, purtroppo, la terra ha ballato più volte, anche in zone (come veniva ritenuto proprio il Molise) che sembravano a basso rischio sismico. Però è interessante rilevare che è proprio la Carta dei Siti del C.N.E.N. che prospetta la localizzazione della centrale a Termoli, anzi, per essere ancora più precisi e come vedremo meglio tra poco, in un punto della costa adriatica compreso tra il Molise e la provincia di Foggia, che è perciò tutt’altro che indenne dal rischio che possa venirvi ubicata una centrale.
A nostro giudizio si tratta di una ipotesi piuttosto remota, dato l’elevato rischio sismico del territorio: ma sarà comunque il caso di seguire con attenzione l’evolversi della vicenda, ricordando, per esempio, che dopo il tragico terremoto che sconvolse il Molise e la valle del Fortore, tutta la zona venne dichiarata ad elevato rischio sismico, ad eccezione dell’invaso di Occhito, che diversamente sarebbe stato costretto a chiudere per sempre i battenti.
Ma torniamo alla mappa dei siti elaborata a suo tempo dal C.N.E.N. Il comitato lavorò sulla base di una griglia di parametri che definiva i requisiti e criteri di scelta dei siti suscettibili di insediamento di centrali e impianti nucleari) i e che indicava anche le variabili da prendere in considerazione nella ricognizione sistematica del territorio (demografia, geologia, sismica, agibilità tecnica, eventi limite, ecologia).
Tra le diverse variabili considerate, quelle che hanno determinato le più rilevanti riduzioni di territorio utile sono state la variabile demografica e quella sismica.
La mappa dei siti venne dunque disegnata intersecando i risultati ottenuti elaborando le diverse carte tematiche. Nella immagine grande, vediamo i risultati finali del lavoro compiuto dal C.N.E.N.: come si vede, la localizzazione più significativa dei siti che presentano le caratteristiche ideali per l’allocazione di centrali nucleari è sicuramente concentrata al Nord. Ma sia il Molise che la Puglia sono presenti, e soprattutto la nostra Regione in modo piuttosto massiccio, come si vede meglio nella cartina più particolareggiata.
Per quel che ci riguarda più da vicino, si vede chiaramente come la mappa dei siti del C.N.E.N. individui due siti potenziali in provincia di Foggia: quello “in condominio” con il Molise, ubicato su quella striscia che va, appunto da Molise fino a Marina di Lesina, e quello collocato sulla riviera sipontina meridionale, tra l’agro di Manfredonia e quello di Zapponeta.
Quest’ultimo sito non è più presente nello studio del Cnr di cui abbiamo parlato, ma per correttezza bisogna dire che non si tratta di uno studio ufficiale e che chiunque verrà chiamato a definire le scelte una volta per tutte, dovrà inevitabilmente partire dal lavoro del C.N.E.N., la cui mappatura è, del resto, quella che torna a fare capolino ogni volta che si parla di scelte nucleari in Italia.
Insomma, fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio, ed è per questo che converrà che gli organi di informazione e l’opinione pubblica accendano i riflettori sul tema,senza farselo più scivolare addosso, così com’è avvenuto fino ad oggi.

La sottile linea rossa. Di Agostino Di Ciaula


Una sottile ma solida linea lega i cittadini di Terzigno, di Borgo Tressanti, di Lucera, di Galatina, di Taranto, quelli di Conversano, di Modugno, di Brindisi, di Sant'Agata di Puglia, della Valle del Basento, di San Filippo del Mela, di Acerra, di Barletta e di decine di altri comuni meridionali.

Cittadini che sono stati picchiati per essersi opposti al passaggio di camion che trasportavano rifiuti tossici verso una discarica, turbine di una centrale termoelettrica, copertoni destinati ad essere bruciati in un inceneritore o in un cementificio.

Una linea colorata con il rosso della rabbia, più che della passione.

La rabbia di chi si sente impotente di fronte all’arroganza di un potere che non ascolta ma impone.

La rabbia di chi subisce continue illegalità da parte di chi la legalità dovrebbe promuoverla, garantirla e tutelarla.

La rabbia di chi oppone verità a menzogne, tutela del bene comune a imposizione del bene privato, sincerità ad ipocrisia.

La rabbia di chi ha come priorità la propria salute, non quella del proprio capitale sociale.

La rabbia di chi sente la responsabilità di essere amministratore delegato della vita dei propri figli, non della propria azienda.

La rabbia di chi si sente chiamare “camorrista” per il solo fatto di essersi opposto alla creazione delle stesse ferite che le connivenze decennali tra camorra ed amministrazioni pubbliche hanno provocato a territori e popolazioni inermi ed inconsapevoli.

La rabbia di chi si sente accusato di ignoranza e superficialità da parte di chi sembra aver studiato solo le informazioni utili alla conquista del potere ed all’esercizio dell’arroganza, e che parla con aria da luminare utilizzando parole che non conosce, spacciate per lui da pusher di falsità.

La rabbia di chi si sente colonizzato e subisce rinnovate invasioni barbariche, con sporche connivenze da parte di amministratori locali pronti ad accettare i 30 denari utili alla propria sopravvivenza politica.

La rabbia di chi non vuole scappare ma combattere in difesa del proprio territorio e dei propri diritti civili.

Prima che quella linea da rossa diventi nera in segno di lutto, aggrappiamoci ad essa e tendiamola, cercando di far inciampare e cadere chi è fonte di tanta rabbia.

Facciamolo con la forza e la dignità propria di chi ha consapevolezza di essere nel giusto, perché lo siamo. Loro, i nuovi barbari, non possono dire altrettanto.

NON MOLLIAMO !

Salute e Territorio Lucera: "Progetto Energia Lucera", la città deve essere informata

giugno 2010
«Sono inceneritori!»

Il “Progetto Energia”, da pochi giorni pubblicato sul sito del Comune di Lucera, ha una impressionante valenza sia in merito ai quantitativi di MW (101!) delle 3 (tre) centrali a biogas che si vorrebbero costruire, sia in merito al materiale da utilizzare per il funzionamento di questi impianti e sia per l’architettura finanziaria che lo sorregge.
Attenendoci ai contenuti del corposo progetto (360 pagg.) redatto dal responsabile unico del procedimento (RUP) ing. Giuseppe Cinquia per il Comune di Lucera, è detto in esso che i materiali di utilizzo per il funzionamento delle centrali non sono soltanto le biomasse ma, anche, CDR (Rifiuti solidi urbani). Gli impianti, dunque, sono INCENERITORI con tutte le conseguenze di mortalità e patologie che essi producono. Per “convincerci” del “poco o nullo impatto ambientale” (come ha affermato l’assessore Ienco), si parametra l’impianto di Terni di 4 MW che, pur essendo enormemente più piccolo rispetto a quanto prevede il progetto per Lucera, presenta importanti pericoli per la salute umana in termini di qualità di emissioni. I dati degli inquinanti sono leggibili nelle tabelle annesse al progetto. Non è certo la pirolisi a depotenziarne le emissioni nocive!
Altre criticità che lo stesso estensore del piano evidenzia si assommano ad altre che, pur non esplicitate, emergono dagli stessi tabulati annessi al progetto.
Esempio: la filiera di produzione della biomassa agricola occorrente che, essendo scarsa per alimentare un simile potenziale in MW, è da impiantare con “la coltura del pioppo”, che richiede una tipologia di terreno “fertile, profondo, permeabile, con buona capacità idrica e falda superficiale”. Orbene, Lucera è inserita in zona Z5, vale a dire in una zona a “ridotta o assente disponibilità irrigua”. Inoltre, per il funzionamento di una centrale occorrono 1.000 mc. d’acqua all’ora... Il progetto, dunque, inizia “a far acqua” proprio… nell’acqua che occorrerebbe e che, invece, manca! Ma le criticità del progetto sono tante e corpose in ogni settore prospettato.
La città deve essere informata e resa consapevole di ciò che si vuole fare apparire come miraggio economico strabiliante e senza limiti di profitti da realizzare.
Perché si chiede di velocizzare i passaggi attuativi, in primis in Consiglio Comunale, senza alcun confronto con la città se non con chi dal progetto ne dovrebbe trarre profitti?
“La risorsa economica contenuta nei rifiuti solidi urbani – si dice – appartiene al Comune ma, nel bandire la gara esso ha deciso di concedere lo sfruttamento al concessionario e per esso a LuceRArcadia s.p.a.”.
L’appropriazione indebita della risorsa economica della spazzatura prodotta dai cittadini, in questa “partita di giro” viene immessa nella s.p.a. LuceRArcadia, nella quale “quasi tutti i tecnici del Comune acquisteranno le azioni per la loro redditività”. “La società etica” come loro la chiamano, “dai rilevantissimi ritorni finanziari” avrà al suo interno gli stessi amministratori comunali nonché i funzionari del Comune. Compreso il Sindaco e l’estensore del progetto, il RUP, che ha il ruolo di appaltare i lavori e liquidare i pagamenti.
Non vi pare che i conflitti d’interesse siano troppo corposi? La velocizzazione impressa al progetto e la quasi secretazione degli atti fino alla pubblicazione sul sito del Comune, depongono fortemente in questa direzione.
Perché nessuno ha mai parlato pubblicamente mentre si susseguivano le commissioni consiliari imperniate su questo argomento? Eppure, in città non mancano “i messia domenicali” che “la raccontano” alla gente in base all’utilizzo che si prefiggono. La “dimenticanza dell’argomento energia” da parte di tutti è insita, forse, nella struttura “etica” della s.p.a. che li vede appassionatamente tutti assieme e solidali?
Se non è la salute che a questi aspiranti “Paperoni” interessa, noi diciamo che abbiamo da obiettare parecchio! E ci attiveremo nell’immediato per informare la città.
Chiediamo subito un Consiglio Comunale monotematico sul “Progetto Energia” aperto alla cittadinanza. È troppo? No! Per noi è necessario.
I “padroni della monnezza” sappiano che la città è stanca di essere preda delle loro scorribande!».

Turbogas a San Severo

La turbogas di San Severo è entrata in funzione nonostante non fosse prevista dal PEAR del 2007(Piano Energetico Ambientale Regionale), nonostante la vibrante protesta dei cittadini e le opposizioni tecniche del presidente nazionale di Medicina Democratica Tonino d'Angelo, nonostante il protocollo di Kyoto ...

Consegnata a Poggio Imperiale petizione contro la discarica di rifiuti speciali

Filiere Agro-energetiche, Mercuri: “Gli inceneritori debilitano l’ambiente e il lavoro”

di Nicola Saracino
Stato Quotidiano, 05/11/2010

Foggia – UN Protocollo d’Intesa tra Confcooperative Puglia e le Province UPI per lo sviluppo della Filiera Agroenergetica e l’efficientamento e il risparmio energetico nel settore agricolo e agroalimentare. L’accordo è stato presentato questa mattina nella sede della Provincia di Foggia a Palazzo Dogana. Presenti il Presidente della Provincia, Antonio Pepe, il Delegato Confcooperative per il Tavolo POI Energia, Dino Tabasso,il Presidente del Patto delle Provincie UPI, Gianvito Bello, il Vice-Presidente Fedagri-Confcooperative, Giorgio Mercuri, l’Assessore alle Politiche Energetiche della Provincia di Foggia, Pasquale Pazienza, il Dirigente del Dipartimento delle Politiche Competitive del Mondo Rurale e della Qualità del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari della Regione Puglia, Riccardo Deserti, il Presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, Paolo De Castro, l’Assessore alle Risorse Agroalimentari della regione Puglia, Dario Stefano e l’Assessore al Welfare della Regione Puglia, Elena Gentile.

L’ACCORDO – Il Protocollo d’Intesa prevede l’attuazione delle intese e degli adempimenti previsti dall’accordo di Kyoto, oltre alla necessità di salvaguardare le dinamiche ambientali e i cicli bio-geochimici connessi e punta al raggiungimento degli obiettivi nazionali di aumento dell’efficienza energetica e di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Un accordo che valorizza le fonti rinnovabili, dunque, ritenute sempre più “un’opportunità per l’agricoltura”, in riferimento al Libro Bianco sull’Energia della Commissione Europea che prevede contributi al settore agricolo dei Paesi membri attraverso “incrementi sostanziali di biomasse derivanti dalla produzione agricola ed agroalimentare”. Particolare importanza è stata dedicata alle biomasse vegetali coltivate e da residui di lavorazione agricola e agroalimentare, ritenute importanti nella prospettiva di sviluppo del reddito agricolo e dell’industria che a esso fa riferimento.

MERCURI: PRODUCIAMO ENERGIA PULITA – “Siamo in un territorio a forte vocazione agricola, stiamo vivendo un momento di forte difficoltà del settore in particolare riferimento al reddito agricolo e all’utilizzo delle superfici da parte di soggetti che nulla hanno a che vedere con l’agricoltura”. E’ il commento di Giorgio Mercuri, Vice-Presidente Fedagri-Confcooperative, intervistato da Stato. “Stiamo vedendo crescere giorno dopo giorno impianti fotovoltaici che occupano superfici agricole, terreni che vengono occupati per vent’anni per poi essere abbandonati, non sapendo in che stato li ritroveremo dopo tutto questo tempo. Non possiamo pensare che l’agricoltura di questo territorio venga utilizzata per produrre energia in questo modo”. Secondo Mercuri queste energie sviluppate con l’occupazione di grandi superfici non creano alcuna occupazione, “quindi non solo perdiamo l’agricoltura ma anche posti di lavoro”. L’idea di presentare questo workshop, continua il Vice-Presidente di Fedagri-Confcooperative, è la soluzione che potrebbe risolvere questo problema e consentire all’agricoltore di continuare a fare il proprio mestiere, passando da una fase passiva a una attiva e avvalendosi di prodotti sottoutilizzati complementari all’attività primaria che possono aiutare a crescere la parte di energia pulita. “Vogliamo far capire agli agricoltori che per rimanere nell’agricoltura bisogna continuare a fare il proprio mestiere non cedendo i proprio terreni ma investendo in alternative utili a quello che fanno già”.

Quali le responsabilità della crisi del settore agricolo? “Veniamo da una fase in cui l’agricoltura è stata assistita nelle politiche agricole comunitarie – afferma Giorgio Mercuri – per poi dare precedenza alle superfici, ma i risultati non si sono visti. Se non leghiamo gli aiuti europei alla capacità di creare occupazione e sviluppo non andiamo da nessuna parte. E’ impensabile che l’azienda agricola riceva degli aiuti lasciando il terreno vuoto. Bisogna che si utilizzino gli aiuti per produrre”. Importante, nelle prospettive di sviluppo del settore, è il ruolo degli enti locali, che “devono prendere coscienza che se si vuole tutelare il nostro ambiente non si può dimenticare che la nostra area è a forte vocazione all’agricoltura”. “Le grandi centrali non porteranno ad alcun risultato sviluppo – continua Mercuri – e gli investimenti devono essere fatti in relazione alle reali esigenze del territorio. La gente deve capire che quando parliamo di impianti a biomasse non parliamo di inceneritori ma di impianti che sono trasformatori di biomasse agricole che producono energia pulita senza deturpare l’ambiente”.

Chi Siamo



SU DI NOI
Il nostro comitato è costituito da donne e uomini impegnati nella difesa del diritto alla salubrità dell’aria e dell'ambiente e nella salvaguardia del territorio in cui viviamo, la provincia di Foggia.

COME ADERIRE
Per aderire, basta condividere la causa di ridurre l'inquinamento e preservare un ambiente più sano e vivibile.

Quello che puoi fare, per attivarti, comincia essenzialmente dall'informarsi in prima persona e dal sensibilizzare il maggior numero di conoscenti.

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LE NOSTRE CAMPAGNE ATTIVE:
- Inceneritore di Manfredonia (cosiddetto "di Borgo Tressanti") e sensibilizzazione della cittadinanza e degli enti locali e regionali verso
la "Strategia Rifiuti Zero" attraverso l'organizzazione di conferenze, dibattiti
e iniziative aperte al pubblico e alle associazioni.All'interno di questa campagna, rientra anche la vertenza chiusa dell'inceneritore proposto dall'azienda Caviro a Carapelle.
- Inceneritore del Viticone a Sant'Agata di Puglia, che seguiamo ormai da un anno e che è in questo momento all'esame della Provincia di Foggia, che deve prendere una decisione difficile visto che la qualità dell'aria della zona è già pesantemente compromessa dalla presenza della centrale termoelettrica a gas naturale di Candela. Questo è soltanto l'ultimo di decine di progetti di centrali presentati all'attenzione degli enti provinciali e regionali, alcuni dei quali (quello a Rignano) già approvati in prima istanza, ma dei quali si sono persi le tracce.
- Turbogas di San Severo, anche questa - come l'inceneritore di Manfredonia - è al centro di grosse contestazioni popolari e potrebbe entrare presto in funzione, anche se non è oscuro il quadro delle compensazioni ambientali che spettano al territorio.

A queste tre campagne principali, si aggiungono quelle dell'inceneritore "La Fenice" di Melfi (insieme al comitato Diritto alla Salute di Lavello e alla OLA) e quella di "pressione" sull'opinione pubblica affinché si giunga ad una bonifica rapida delle discariche di Orta Nova ed alla realizzazione del progetto di un parco della pace dei Cinque Reali Siti con finalità educative e ambientali.

venerdì 21 gennaio 2011

Le ecomafie che uccidono la Capitanata

di Pasquale Trivisonne
Italia Terra Nostra, 20/11/2009.

In tutta la Puglia, e nella provincia di Foggia in particolare, è ormai è in atto una vera e propria guerra ambientale, con un territorio e coloro che ci abitano, aggrediti dal mare, dalla terra e, anche dall’aria. Nella Capitanata, il rinvenimento di discariche di rifiuti tossici è diventata, una realtà quasi quotidiana. In modo illegale, ma spesso anche grazie a controlli inesistenti, arrivano rifiuti da ogni dove, spacciati per compost riversati poi nei terreni agricoli, oppure occultati in cave, fiumi e fabbriche dismesse. Le operazioni più famose Rabbit, Veleno e Black River hanno svelato, in questi ultimi anni, i traffici ecomafiosi in provincia di Foggia e i danni irreversibile compiuti all’ambiente. In particolare Blak River, una delle operazioni più famose, non a caso definita la “Gomorra dei Monti Dauni”, ha provocato, nell’agro di Castelluccio dei Sauri, un danno ambientale incalcolabile: 500 mila metri cubi di rifiuti speciali pericolosi e non versati in circa otto ettari di terreno con vincolo paesaggistico. Una delle aziende artefici di questo disastro ambientale è la società A.GE.COS. S.p.a., di proprietà dei fratelli Bonassisa, coinvolta anche nella vicenda della discarica di rifiuti tossico nocivi di Orta Nova. I fratelli Bonassisa installano anche, tra una discarica e l’altra, impianti eolici. Tramite la Elce Energia S.p.a., hanno presentato agli uffici regionali l’autorizzazione per installare 10 pale (25 MW) nell’agro di Biccari; hanno in cantiere un parco eolico a Ordona e hanno rivenduto, secondo la Finanza di Foggia, l’autorizzazione per un impianto eolico a Deliceto, ai russi di Avelar, del gruppo Renova. A pochi chilometri dalla discarica di Castelluccio dei Sauri, sempre nella Valle del Celone, a Giardinetto in una fabbrica dismessa (gruppo Fantini) – secondo i dati tecnici notevolmente sottostimati dell’azienda – sono presenti 47.000 tonnellate di rifiuti tossici di cui, il 10% circa, definito pericoloso dallo stesso perito di parte. Si tratta di rifiuti tossici provenienti da tutta Italia, dall’Europa e addirittura dalla lontana Corea. Tra le sostanze rilevate superiori ai limiti delle leggi vigenti, risulta esserci, almeno in un caso, il cromo esavalente (certificato n. 3721/7). Sulla pericolosità del cromo esavalente è stato girato addirittura un film, “Erin Brockovich. Racconta di un fatto di cronaca, relativo alla contaminazione delle falde acquifere con cromo esavalente e del decesso di molti abitanti che abitavano nelle vicinanze di un’industria americana che utilizzava questa sostanza nel ciclo produttivo. La I.A.R.C (International Agency for Research on Cancer) classifica il cromo esavalente (cromo VI) nella categoria 1 degli “agenti cancerogeni per l’uomo” In tutti questi anni, nonostante i sequestri, i processi e le proteste della popolazione, non è stata effettuata nessun tipo di bonifica e di messa in sicurezza del sito. Le navi cariche di rifiuti affondate al largo del Gargano, i veleni stipati a Giardinetto e nell’Alghisa a pochi chilometri da Lucera, la discarica di Castelluccio dei Sauri, sono gli esempi più eclatanti di un territorio violentato da ecomafiosi e da imprenditori privi di scrupoli che, in spregio di qualsiasi regola di convivenza civile, avvelenano gli elementi fondamentali che rendono possibile la vita: l’aria, l’acqua e la terra. Questa situazione è aggravata dal fatto che a questo tipo inquinamento, con effetti pesantissimi soprattutto sulla salute, se ne aggiunge un altro, che ha effetti devastanti sul territorio e sull’economia. La Capitanata sta trasformando la sua millenaria economia da prevalentemente agricola a prevalentemente industriale, con impianti industriali che producono energia cosiddetta pulita, con scarse ricadute occupazionali e che quindi, producono enormi profitti e pochissimo salario. Siamo arrivati a quel fenomeno, ben noto ai sociologi ed economisti, definito come “industrializzazione senza sviluppo” che costituisce, da un lato un paradosso della società postmoderna, una sorta di neocolonialismo, e da un altro una criticità a livello locale poiché non produce nessun tipo di sviluppo economico. Tutto questo avviene, tra l’altro, senza nessun strumento di programmazione energetica provinciale e con il paradosso che rischiamo di diventare i primi produttori in Italia di energia cosiddetta pulita ma, in un territorio pesantemente inquinato e dove, i profitti incredibili generati da queste industrie non sono utilizzati per compensare i danni ambientali creati dagli ecomafiosi E’ evidente che una situazione di tale complessità richiederebbe, non solo, strumenti legislativi, mezzi e strutture atti a garantire il controllo del territorio ma, soprattutto, estrema rigidità in sede di rilascio delle autorizzazioni. Spesso invece, la parte pubblica, sempre molto solerte e attenta nell’autorizzare industrie “verdi”, lo è un po’ meno per altri tipi di impianti che impattano in maniera molto pesante sul territorio e sulla salute di noi tutti. E’ di questi giorni la notizia dell’arresto di Oreste Vigorito, proprietario della I.V.P.C., azienda che ha realizzato il maggior numero di impianti eolici in Capitanata. L’avvocato Vigorito, oltre che essere uno dei maggiori imprenditori del settore eolico in Italia è anche il presidente dell’ANEV, l’associazione di categoria degli industriali di questo comparto. E’ il responsabile, nel bene e nel male, dello sviluppo eolico in Italia. E’ accusato di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata, per aver indebitamente percepito contributi pubblici per la realizzazione di parchi eolici destinati alla produzione di energia elettrica. Qualora l’impianto accusatorio venisse provato, ci troveremo dinanzi ad una truffa di proporzioni colossali e che, cosa ancora più grave, ha contribuito a distruggere interi porzioni di territorio di smisurata bellezza in cambio del nulla. Tutti gli impianti eolici installati in Capitanata sono stati realizzati senza alcuna programmazione e in assenza di un Piano Energetico. 
Solo una infinitesima parte degli impianti è stata realizzata valutando l’impatto ambientale (V.I.A.) che le centrali eoliche industriali hanno sul territorio e addirittura 377 torri (220 MW) che sono state realizzate prima del 2002 non sono state sottoposte ad alcuna procedura. E’ incredibile il pressappochismo che sembra aver caratterizzato la Provincia di Foggia nell’autorizzare un impianto di compostaggio in località Ripatetta, che sta provocando non poche proteste tra la popolazione di Lucera, Foggia e Borgo San Giusto. In questi posti, spesso, si avverte un insopportabile fetore di stallatico dovuto, quasi sicuramente, al ciclo di lavorazione dell’azienda EcoAgrimm S.r.l. che opera in contrada Ripatetta (San Giusto) e che produce compost utilizzato in agricoltura. Nel piccolo borgo rurale di San Giusto, la situazione è talmente critica, che i cittadini sono stati costretti a riunirsi in comitato per denunciare oltre che la situazione indecente in cui sono costretti a vivere, anche la latitanza delle istituzioni. Questo borgo è densamente abitato da circa cinquant’anni e, nel suo territorio, sono presenti attività di ristorazione e turistiche che denunciano il rischio di chiusura se la puzza dovesse continuare a persistere. In questo caso la superficialità che ha caratterizzato gli uffici provinciali che hanno concesso l’autorizzazione, è stata rimarcata addirittura da una recente sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale (T.a.r.), Il 29 settembre scorso, il T.a.r. della Regione Puglia ha espresso parere favorevole (02149/2009 REG. SEN.) ad un ricorso prodotto dall’azienda EcoAgrimm S.r.l. contro una delibera provinciale che poneva dei limiti tesi a limitare la capacità produttiva dell’impianto a 83.000 tonnellate l’anno.Il T.a.r., ravvisando dei difetti nell’istruttoria del comitato provinciale che ha approvato l’impianto, ha autorizzato l’azienda a triplicare (232.000,00 tonnellate/anno) il volume dei rifiuti trattati.Una delle mancanze riscontrate era relativa al fatto che nell’autorizzazione non venne “descritto e valutato l’impatto diretto e indiretto del progetto sull’ambiente” e, addirittura, “non è stato effettuato, in sede di autorizzazione, nessun sopralluogo presso l’impianto”.Inoltre, il T.a.r. riscontra che “il parere di V.i.a. recepito dalla Giunta provinciale “non contiene alcuna valutazione degli effetti dell’impianto per come progettato sull’ambiente”.Sostanzialmente, su un impianto che è stato riconosciuto dallo stesso proprietario, in un’intervista, ad alto impatto ambientale, non sono stati effettuati sopralluoghi e, incredibilmente, non sono stati valutati quali sarebbero stati gli effetti della sua attività sull’ambiente.Ma oltre a quanto ravvisato dal Tribunale regionale, la valutazione degli uffici provinciali, avrebbe dovuto prendere in esame non solo gli aspetti ambientali relativi ad eventuali emissioni nocive nel sottosuolo e nell’atmosfera, ma anche le ricadute, sull’economia del territorio, che provocano questo tipo di impianti.Questo aspetto, pur previsto dalla normativa nazionale e comunitaria, non sempre viene valutato e spesso si autorizzano impianti, quelli eolici sono gli esempi più eclatanti, che distruggono più posti di lavoro di quanti ne creano. Quello che andrebbe considerato sono gli effetti sull’economia complessiva della zona, considerando anche altri fattori quali, ad esempio, i posti di lavori persi in altri comparti, l’effetto sul turismo, la ricaduta sui prezzi degli immobili. Un altro fattore che lascia perplessi in merito all’autorizzazione, è il fatto che a pochissimi chilometri di distanza, in località San Giusto, la Regione Puglia ha imposto la verifica di impatto ambientale ad una società eolica per l’installazione di 30 aereogeneratori. La zona, secondo gli uffici regionali, ha tutti i requisiti per essere classificata come Zona di Protezione Speciale (ZPS) in quanto è di straordinario interesse naturalistico, dal momento che annovera una presenza significativa e stabile di specie faunistiche e floreali protette dalla legislazione comunitaria. Secondo la giurisprudenza comunitaria, in situazioni analoghe verificatesi in altri Paesi della UE, cioè in presenza di habitat e specie prioritarie, pur in assenza di aree di protezione designate, interventi potenzialmente impattanti su di essi hanno comportato la condanna dello Stato membro. La zona del borgo di San Giusto, oltre che essere di particolare interesse naturalistico lo è anche da un punto di vista archeologico e storico, in quanto durante i lavori per la costruzione della diga vennero portati alla luce i ruderi di una basilica paleocristiana di enorme interresse, che lascerebbe ipotizzare la presenza di altri insediamenti nelle vicinanze. Una situazione paradossale che vede, da una parte gli uffici regionali richiedere un procedura per la salvaguardia dell’ambiente che ha pochi precedenti in Puglia, dall’altra la Provincia autorizzare impianti che, nella stessa zona, provocano emissioni assai più malsane dal lato ambientale e che sono suscettibili di causare un calo del turismo e di tutte le attività ad esso legate.